Perché i nostri malati oncologici devono soffrire di più rispetto a quelli della terraferma?

Perché i nostri malati oncologici devono soffrire di più rispetto a quelli della terraferma?

La lettera sfogo di una donna che sta vivendo il calvario del padre, malato oncologico che è costretto a recarsi a Napoli ogni volta che si deve sottoporre alla Pet. Il disagio di vivere su di una isola che si isola ulteriormente in questi periodi bui, causa Coronavirus. L’Azienda Sanitaria assieme alla Regione Campania, hanno perpetrato continui tagli ai servizi essenziali della nostra comunità. Tagli a molti reparti, tra i quali la pet, la risonanza magnetica e la radioterapia, la sanità isolana al collasso. Poi ci si mettono i trasporti a fasce orarie che rendono ancor di più angosciante l’attesa della partenza.

La nostra amica ha bisogno di tutto l’appoggio politico e istituzionale, non vuole soldi, ma che vengano rispettati i diritti dei malati isolani:

«Buongiorno cari amici,  sono molto arrabbiata “ncazzata nera”. Di solito scrivo post per strapparvi un sorriso, ma oggi voglio parlare dei disagi dei malati isolani. “E che novità è? Già lo sappiamo che stiamo inguaiati”, direte voi . È vero, ma con l’emergenza Covid-19, i malati sono ancora più penalizzati. Come sapete, mio papà è malato oncologico ed in questo momento siamo all’Sdn a Napoli per eseguire una pet. Appuntamento ore 14 (sperando siano precisi) e noi siamo dovuti partire da Ischia alle 8.45 (abbiamo preso il traghetto per impiegarci di più) perché era l’unico utile. Il prossimo aliscafo infatti sta alle 13 e saremmo arrivati per le 14.45 (giustamente l’operatore all’Sdn mi ha avvisato che se fossimo arrivati tardi, avremmo perso il turno).

Quindi 4 ore di attesa. Ma non è finita qui. Arrivati al centro medico, ho trovato tanta gente che aspettava fuori al palazzo (non so se avete presente via Gianturco), mi sono avvicinata alla guardia giurata per chiedere di far accomodare e sedere papà all’ interno perché è troppo debilitato. Mi ha risposto: “Signora, siamo in emergenza Covid19 e si deve stare fuori. Poi non so che dirvi perché lavoro qui da 2 giorni”. Ho chiesto di parlare immediatamente con un responsabile, per esporre il nostro problema.

“Signora, i pazienti sono tenuti a venire un quarto d’ora prima dell’esame. Voi perché siete venuti quasi 4 ore prima?” Mi è stato risposto così dalla responsabile. Al che ho fatto un respiro profondo, ho contato fino a 20 (10 sono pochi per me) ed ho controbattuto con tutta la calma di cui sono stata capace:

“Dottoressa lo so, ci è arrivato il messaggio con le indicazioni,  ma cosa possiamo fare noi isolani, isolati, che possiamo raggiungere la terraferma solo in alcune fasce orarie? Non ci sono mezzi, purtroppo hanno sospeso tutte le corse! Ma va bene così,  aspettiamo. Però non posso tenere papà, mezzo moribondo sotto al sole, senza una sedia”. Forse l’avrà convinta la mia supplica o avrà capito che sarebbe finita male, ma molto male e così ci hanno permesso di accomodarci in giardino ad aspettare il turno.

Ma secondo voi è giusto tutto questo?

Mi sento sconfitta due volte: dall’andazzo vergognoso in cui riversano le isole del golfo con i collegamenti e poi perché dopo un inverno di sacrifici per andare al Cardarelli, tra mare agitato e paura del contagio, le terapie che ha fatto papà non hanno portato ai risultati sperati! Siamo punto e daccapo.

Ma noi siamo ottimisti e crediamo nella ricerca medica. Per fortuna in Campania checché si dica, abbiamo il meglio dei medici».

Finito questo giusto sfogo, questa mattina la signora ha pubblicato un altro post che è ancora più amaro del primo. Un problema dopo l’altro, il trasferimento in altra sede per la cura del proprio congiunto­:

«Cari amici, ieri in un momento di sconforto nel vedere papà così debilitato, su Facebook ho trovato sul profilo dell’Asl Napoli nord il numero di WhatsApp. Molto probabilmente papà dovrà fare radioterapia a Marano e questo significa andare più volte a settimana a Pozzuoli, con tutte le problematiche sia di salute che di trasporto. Mi sono armata di coraggio ed ho scritto un messaggio. 

Ovviamente l’ho scritto alla mia maniera, in modo semplice. Non è arte mia usare termini tecnici o paroloni difficili. Mi sono fatta portavoce dei tanti malati oncologici isolani. Questo è quanto mi hanno scritto:

“Gentile signore, senza dubbio ci facciamo portavoce della sua richiesta. Seppur ineccepibile sotto l’aspetto di carattere sanitario e sociale, trova elementi di carattere organizzativo e soprattutto di pianificazione molto complessi. Purtroppo le inevitabili scelte dettate da situazioni di carattere economico, rientro di debito, ma soprattutto di adeguata utilizzazione di un investimento in ragione anche di valutazioni epidemiologiche e demografiche spesso incidono in scelte di per se difficili e dolorose. Non di meno la sua osservazione, la vicenda familiare, impongono, se non una risposta immediata ed operativa, una seria riflessione. Pertanto inoltrerò anche la sua testimonianza perché nei processi di valutazione e programmazioni future il problema dei malati oncologici in terapia, residenti in luoghi come il suo, abbiano adeguata risposta. Grazie per averci contattato.”

Io spero che tra gli amici che leggeranno questo mio post, ci sia qualcuno di più autorevole che mi possa aiutare a far sentire il mio appello. Sicuramente già qualche altro nella mia condizione si sarà lamentato, ma io penso che mai come ora dobbiamo fare qualcosa tutti insieme. Ischia non ha una pet, non ha una risonanza magnetica, non ha radioterapia, trasporti al collasso. Siamo agonizzanti (ho preso in prestito un commento sotto al mio post di ieri). Vogliamo fare qualcosa? Confido in tutti noi. Io ci sono».

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Marcello De Rosa

Marcello De Rosa

Amo la mia terra senza se e senza ma. Scrivo la verità perché la verità ci rende liberi. La mia libertà la conquisto giorno dopo giorno svelando il marcio della nostra società