I diritti a 50 anni dallo Statuto dei Diritti dei Lavoratori

I diritti a 50 anni dallo Statuto dei Diritti dei Lavoratori

Il 20 maggio si sono celebrati i 50 anni dalla legge n. 300 del 1970, conosciuta come “Statuto dei Diritti dei Lavoratori”, ma ad oggi, a che punto siamo quando parliamo di diritti dei lavoratori e diritti sindacali?

“Il lavoro sta cambiando, e le conseguenze della nuova crisi globale rischiano di farsi sentire più forti dove già si avvertivano carenze: l’occupazione femminile e quella dei giovani. Dal lavoro, dalla sua dignità e qualità, dipende il futuro del Paese e dell’Europa. Senza diritto al lavoro e senza diritti nel lavoro non ci può essere sviluppo sostenibile”. Lo afferma il Presidente Mattarella in occasione del cinquantenario dello Statuto.

Aspettative sindacali, divieto di riprese senza il consenso dei lavoratori e di accertamenti sanitari direttamente da parte aziendale, libertà di opinione, divieto di demansionamento, sanzione delle aziende con comportamenti anti-sindacali e soprattutto diritto al reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamento giudicato illegittimo: queste erano le principali regole e conquiste introdotte dalla legge.

Lo Statuto, difeso negli anni dai sindacati e dalle forze politiche più di sinistra, modificato dalla riforma del lavoro Fornero del 2012, stravolto dal Jobs Act del governo Renzi, smussato dal governo M5S-Lega, vede passare cinque decenni di conquiste sindacali, di lotte per i diritti dei lavoratori e di polemiche provenienti da più fronti circa la sua adeguatezza rispetto ai ritmi veloci del cambiamento.

Esso ha retto per circa 40 anni, prima di andare in crisi ed è stato la colonna portante del nostro diritto del lavoro e in gran parte lo è ancora perché al suo interno sono contenuti, nonostante i cambiamenti, i principi che regolano i diritti e i doveri del lavoratore, delle aziende e dei sindacati.

In effetti, in tutto questo lasso di tempo la società è radicalmente mutata, la globalizzazione si è espressa anche come globalizzazione del lavoro e qualche anno fa nessuno si aspettava la nascita di contratti come i co.co.co. (contratti di collaborazione coordinata e continuativa) o i co.co.pro. (contratti di collaborazione a progetto), i rapporti di lavoro dei riders e, dopo l’arrivo del Covid-19, dello smart-working di massa. In generale ci sono stati grandi cambiamenti sociali e produttivi associati ad una crisi del welfare, tra cui la rapida moltiplicazione di microimprese e startup e mutamenti nelle tipologie di lavoro.

Emerge quindi che è necessario un adeguamento legislativo dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, proprio per ricomprendere in esso fattispecie e tipologie di rapporti di lavoro prima non previsti e per assicurare il rispetto dei diritti e di tutte le tutele che ogni lavoratore merita. Onorare lo spirito riformista dello Statuto significa adattarlo al mondo che cambia e far sì che le tutele vengano estese al di là della tipologia di lavoro e di contratto che lega lavoratore ed imprenditore.

Ovviamente, stravolgimenti come quelli avvenuti con il Jobs Act non sono ciò a cui facciamo riferimento.

“Battersi per ottenere un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori vuol dire battersi anche per un sistema universale di tutele”, aveva sottolineato il Segretario Generale della CGIL, Maurizio Landini, intervenendo in occasione del Primo Maggio. “Quest’anno – aveva messo in evidenza Landini – saranno i cinquant’anni dello Statuto dei lavoratori e avvengono nel pieno della pandemia ma anche nel pieno di una precarietà del lavoro e dei diritti che non ha precedenti. Quello che sta emergendo è che questo virus ha fatto venire a galla quelle che sono le fragilità del nostro sistema. In realtà noi in Italia non abbiamo un sistema universale di tutele per i lavoratori e per le lavoratrici”.

Infatti, la precarietà dei diritti dei lavoratori è stata ulteriormente accentuata con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto, sempre a opera del governo Renzi, che prevedeva la reintegrazione al lavoro del lavoratore ingiustamente licenziato.

Oggi, a circa cinque anni di distanza dall’entrata in vigore del Jobs Act, la disoccupazione in Italia continua a crescere, la ripresa economica tarda ad arrivare (anzi, con l’emergenza coronavirus ci sarà anche la recessione) e ci si chiede se l’abolizione dell’articolo 18, tanto voluta in nome della fantomatica flessibilità sul lavoro, non sia stata una misura così valida per il nostro Paese.

Inoltre, se vogliamo parlare del livello di interesse che il mondo produttivo ha per i lavoratori e i loro diritti, possiamo consultare il Rapporto annuale dell’Ispettorato del lavoro pubblicato ad aprile, dal quale emerge che nel 2019 l’86% delle aziende ispezionate sono risultate irregolari per quanto riguarda la tutela della salute e la sicurezza sul lavoro, un dato disarmante.

Col tempo, inoltre, alla contrattazione collettiva in materia di contratti di lavoro, prerogativa dei sindacati maggiormente rappresentativi, è stato tolto potere: ciò perché con la regolamentazione con leggi dello Stato di molte questioni, è inevitabilmente venuta a mancare la flessibilità ed il potere contrattuale alla contrattazione sindacale stessa, la quale aveva lo scopo di mediare al meglio tra diritti e tutele dei lavoratori ed esigenze produttive ed economiche (di profitto) delle imprese.

Ciò che emerge con violenza è che oggi più che mai, in tempi di crisi economica da coronavirus, serve inaugurare in fretta una nuova stagione dei diritti, oltre che dei doveri, per tutte le masse lavoratrici, anche a livello europeo e non solo nazionale.

Questo perché la stessa crisi economica, le delocalizzazioni selvagge, la globalizzazione senza controlli e poi i grossi tagli fatti allo Statuto da recenti leggi in favore di una perversa logica di estrema liberalizzazione del mercato e del mondo del lavoro, in seno ad uno sfrenato neoliberismo, hanno messo in ginocchio lo stesso mercato del lavoro ed hanno messo da parte i diritti dei lavoratori, quasi fossero una parentesi meno importante o un corollario al di sotto dei diritti e delle esigenze delle imprese.

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Noè Fioretti

Noè Fioretti

Mi chiamo Noè Fioretti, sono del '96, nato a Napoli e cresciuto ad Ischia. Dopo il Liceo Scientifico ho studiato Giurisprudenza per quattro anni ed ora studio Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Credo nella libertà di opinione e di espressione e sono un paladino della libertà di stampa, ma solo affinché tale stampa sia davvero al servizio delle persone e del Popolo: una stampa sociale, oggettiva, veritiera. I miei campi di interesse sono la politica nazionale ed internazionale, le relazioni geopolitiche, l'attivismo, l'ambiente e tanto altro. Link ai miei articoli: https://www.ischiapress.net/author/fioretti/ .