Israele imperialista: l’annessione della Gisgiordania nel silenzio mondiale

Israele imperialista: l’annessione della Gisgiordania nel silenzio mondiale

Il 1° luglio Israele inizierà le operazioni di annessione di parti consistenti della Cisgiordania e questo nel silenzio generale della comunità internazionale.

La fatidica data del 1° luglio si avvicina e rappresenta quello che dovrebbe essere l’inizio delle operazioni militari che hanno l’obbiettivo di annettere al territorio israeliano oltre il 30% della Cisgiordania, regione sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese e legittimamente appartenente ai palestinesi e al loro territorio, cancellando di fatto la cosiddetta “soluzione dei due Stati” che da almeno trent’anni la comunità internazionale considera la base di compromesso per risolvere la disputa territoriale fra israeliani e palestinesi.

Stiamo parlando di 40mila ettari di terra palestinese privata, 12 villaggi arabi con 13.500 abitanti e 100mila palestinesi totali nei territoti circostanti, Gerico ridotta a una enclave di 43.000 persone che non potranno uscire né entrare senza passare dai checkpoint israeliani.  Un nuovo confine lungo 124 miglia in più e con ogni probabilità un nuovo muro. È il piano “Netanyahu-Gantz” per l’annessione della “Valle del Giordano”.

Il piano di annessione è contenuto infatti nel contratto di governo concordato fra i due principali partiti che sostengono la coalizione insediatasi da circa un mese e dopo tre infauste elezioni politiche consecutive.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, già sotto processo per truffa e corruzione in tre casi distinti, ha affermato che il piano verrà eseguito ad ogni costo, essendo la sua una promessa fatta al popolo israeliano già nei mesi precedenti durante la campagna elettorale.

Le colonie

Quando parliamo di annessione di territori della Gisgiordania ci riferiamo in particolare a quei territori privati palestinesi sui quali sono state costruite illegalmente vere e proprie colonie israeliane, in molte delle quali è fatto divieto di accesso al popolo palestinese.

Tali colonie sono state addirittura dichiarate illegali dalla stessa Corte Suprema israeliana che, il 10 giugno scorso, ha annullato come “incostituzionale” la legge del 2017 che avrebbe legalizzato gli insediamenti israeliani in Cisgiordania costruiti su terra privata palestinese. La decisione si basa sul fatto che, scrive la Corte, la legge “viola i diritti di proprietà e di eguaglianza dei palestinesi, mentre privilegia gli interessi dei coloni israeliani sui residenti palestinesi”.

Le colonie israeliane sono state fondate a partire dalla fine della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, combattuta da Israele contro una coalizione di Stati arabi costituita a difesa della Palestina. Alla fine dei combattimenti Israele aveva occupato tutta la Cisgiordania, cioè la fascia di territorio che si estende da Gerusalemme fino alla sponda occidentale del fiume Giordano.

La comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’occupazione israeliana come legittima e ha sempre mantenuto la convinzione che in base ad accordi stipulati dopo la Seconda Guerra Mondiale la Cisgiordania spettasse ai palestinesi.

Con gli accordi di Oslo del 1993 la maggior parte della Cisgiordania è stata infatti posta sotto l’amministrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, sebbene Israele vi mantenga insediamenti e ne costruisca di nuovi, nonostante vi siano molteplici basi militari israeliane e molti territori siano di fatto sotto il controllo militare di Israele e nonostante la costruzione di una barriera difensiva lungo il confine provvisorio fra i due Stati.

La Cisgiordania e la Striscia di Gaza già sono occupate dall’esercito, che è dappertutto, e permette ai coloni israeliani di appropriarsi della terra dei palestinesi, commettendo violazioni in piena impunità. A difesa degli insediamenti, già condannati dall’ONU e dall’Unione Europea, i coloni possono usare le armi e minacciano le esistenze stesse dei palestinesi, derubati di terra e averi.

Dopo tali accordi, la furia imperialista di Israele, in spregio dei diritti umani e di proprietà dei palestinesi, non si è fermata e sono continuati indisturbati gli espropri di fatto, le costruzioni di nuovi insediamenti e le espulsioni di cittadini palestinesi da tali territori.

Cosa succederà

Il piano del nuovo governo non è ancora stato diffuso ma dalle informazioni raccolte dai giornalisti sembra che assomiglierà moltissimo al piano di “pace” proposto qualche mese fa dall’amministrazione statunitense di Donald Trump, totalmente ed ingiustificatamente sbilanciato a favore degli israeliani.

Le colonie non sono distribuite in maniera omogenea lungo il confine fra Israele e la Cisgiordania. Un eventuale futuro Stato palestinese sarebbe sostanzialmente punteggiato da territori a sovranità israeliana. Alle colonie poi non verrebbe garantito soltanto il territorio su cui sono state costruite ma anche alcune fasce di sicurezza e di collegamento col resto di Israele.

Trattasi di un esproprio forzoso illegale su territorio straniero che non tiene minimamente conto dei diritti degli espropriati.

Addirittura, nonostante nella proposta statunitense vi siano delle clausole che Israele dovrebbe impegnarsi a rispettare e che la limiterebbero nella costruzione di ulteriori insediamenti e colonie per almeno quattro anni, a tutte queste clausole si oppone con veemenza la leadership dei coloni, che vede il piano come un compromesso che pregiudica la visione del “Grande Israele”.

La cosa più grave è che il governo di Netanyahu ha proposto che sarà fatto divieto assoluto di concedere la cittadinanza israeliana ai cittadini palestinesi che abitano nei territori oggetto dell’annessione, così come invece il diritto internazionale prevede.

Nel diritto internazionale l’annessione è un atto unilaterale da parte di uno stato, che estende la propria giurisdizione e sovranità su un territorio non occupato o che apparteneva a un altro stato. Una lettera aperta al governo israeliano, firmata da oltre 240 studiosi di diritto internazionale del mondo, ha evidenziato al riguardo come “la norma che vieta l’annessione di territori acquisiti con la forza sia stata riconosciuta come norma fondamentale del diritto internazionale” e che la Cisgiordania, occupata con la forza nel settembre 1967, è stata concordemente riconosciuta dai principali organi delle Nazioni Unite come un territorio occupato al cui interno spetta al popolo palestinese decidere il proprio destino in conformità al principio di autodeterminazione.

L’annessione decretata da Netanyahu, prosegue la lettera, viola quindi allo stesso tempo il divieto di annessione di territori con la forza e il principio di autodeterminazione dei popoli.

Le timide reazioni internazionali

Ciò che c’è di più preoccupante oggi è il pressoché assordante silenzio della comunità internazionale ed in particolare dell’Unione Europea, mai capace di parlare con una voce sola a difesa dei principi di pace internazionali.

Poche son state infatti le reazioni: il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha invitato il “governo israeliano ad abbandonare i suoi piani di annessione” di parti della Cisgiordania, sollecitando “i leader israeliani e palestinesi a impegnarsi in un dialogo con il sostegno della comunità internazionale”. “L’annessione di parti della Cisgiordania occupata – ha affermato Guterres su Twitter – costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale, danneggerebbe seriamente la prospettiva di una soluzione a due Stati e minerebbe le possibilità di ripresa dei negoziati”.

Non è evidentemente dello stesso avviso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, secondo il quale Israele ha il via libera degli USA per annettere territori palestinesi. Ha infatti addirittura affermato che “Le decisioni sull’estensione della sovranità di Israele a quelle zone sono decisioni che gli israeliani devono prendere”, quasi come se il popolo palestinese non esistesse o non fosse nemmeno degno di essere preso in considerazione.

Anche l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet sostiene che il progetto israeliano di annessione di parti della Cisgiordania è “totalmente illegale”. Il Commissario ha anche sottolineato che le “onde d’urto” del piano di annessione israeliano “dureranno per decenni”.

“La maggior parte dei politici italiani ed europei afferma di sostenere la soluzione dei due Stati per risolvere il conflitto israelo-palestinese, per questo ora chiediamo un gesto di coerenza: si deve riconoscere lo Stato di Palestina subito, fermando il piano di annessione di territori palestinesi da parte di Israele e difendendo una volta per tutte i diritti della popolazione palestinese”. L’appello giunge da Yousef Salman, presidente della Comunità palestinese di Roma e del Lazio.

Le conseguenze dell’annessione

Le conseguenze di un’annessione dei territori palestinesi sono facili da prevedere: l’annessione sarebbe seguita quasi certamente da grandi rivolte popolari nelle città arabe della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Gershon Baskin, un noto attivista pacifista israelo-statunitense, ha scritto sul Jerusalem Post che le dimensioni delle proteste saranno paragonabili alla “Seconda Intifada”, la seconda rivolta popolare palestinese che fra il 2000 e il 2005 causò la morte di migliaia di persone fra attacchi terroristici da parte dei palestinesi e violentissime ritorsioni dell’esercito israeliano, spesso avvenute contro i civili.

Oltre a ciò, una possibile crisi interna all’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe portare alla presa del potere da parte di gruppi estremisti e radicali come Hamas e il Jihad Islamico o di gruppi terroristi.

Fondamentalmente Netanyahu intende sfruttare l’emergenza coronavirus e la crisi economica mondiale come scudo mediatico per far passare inosservate le sue mosse, non rendendosi conto delle conseguenze disastrose delle sue azioni. Di fatto, non è difficile notare già ora la timidezza con la quale attori internazionali intervengano sulla vicenda e risulta facile prevedere che saranno pochi gli Stati che alzeranno la voce contro Israele.

Inoltre, il Premier intende affrettare i tempi dell’annessione anche in vista delle elezioni presidenziali che potrebbero non vedere la riconferma di Trump alla Casa Bianca, che si è caratterizzato fino ad oggi come il Presidente statunitense più totalmente prono alla peggiore destra israeliana e alle sue pulsioni apertamente razziste e colonialiste.

Ciò che fa riflettere molto è che in UE vigano tutt’ora pesanti sanzioni economiche contro la Russia a causa dell’annessione della Crimea, mentre pare che Israele possa fare questo e molto altro in violazione del diritto internazionale e dei più basilari diritti umani impunemente.

Il rischio è che, a parte un coro internazionale di condanna “a parole”, non ci sarà nessun prezzo da pagare da parte di Israele.

Come ci fa notare Noa Landau, firma del quotidiano israeliano Haaretz, l’annessione seppellirebbe la soluzione a due Stati e porterebbe all’esistenza di un unico Stato israeliano che sarebbe ufficialmente un “regime di apartheid” con un sistema legale discriminatorio per i palestinesi.

Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano, ci fa notare che l’annessione “è la legalizzazione di un regime di apartheid che vige nei Territori occupati palestinesi. È la legittimazione delle posizioni più oltranziste della destra israeliana. È un affronto al diritto internazionale. E potrei continuare a lungo nell’elencare le nefandezze di questa vergogna che Gantz [capo del secondo partito che appoggia la maggioranza di Netanyahu] ha ingoiato senza fare una piega”.

Come sostiene Ugo Tramballi dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), l’annessione israeliana “renderà fisicamente impossibile uno stato palestinese territorialmente continuo, sostituito da un bantustan alla sudafricana dei tempi dell’apartheid. Piccole isole di autonomia circondate dai carcerieri, dentro le quali i carcerati potranno fingere di autogovernarsi”.

La passività del Governo italiano e dell’Unione Europea è davvero intollerabile. Il Parlamento Europeo ha anche approvato l’accordo con Israele in materia di aviazione. Il nostro governo pare oramai rassegnato al disonorevole ruolo di mercante d’armi e di finanziatore di regimi autoritari, dalla Turchia all’Egitto, senza uno straccio di strategia volta a preservare un minimo di ruolo politico in una situazione, come quella del Mediterraneo, sempre più incerta e difficile per numerosi fattori di ordine storico, economico-politico e sociale.

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Noè Fioretti

Noè Fioretti

Mi chiamo Noè Fioretti, sono del '96, nato a Napoli e cresciuto ad Ischia. Dopo il Liceo Scientifico ho studiato Giurisprudenza per quattro anni ed ora studio Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Credo nella libertà di opinione e di espressione e sono un paladino della libertà di stampa, ma solo affinché tale stampa sia davvero al servizio delle persone e del Popolo: una stampa sociale, oggettiva, veritiera. I miei campi di interesse sono la politica nazionale ed internazionale, le relazioni geopolitiche, l'attivismo, l'ambiente e tanto altro. Link ai miei articoli: https://www.ischiapress.net/author/fioretti/ .