Il fallimento della didattica a distanza italiana

Il fallimento della didattica a distanza italiana

“Un appello per il ritorno a scuola in una lettera di alcune insegnanti al governo. La didattica a distanza ‘non è didattica’, ‘non è vero che funziona’, ‘è stato ed è un esperimento fallimentare’. Lo scrivono alcune docenti dell’istituto comprensivo le Cure di Firenze, in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al Ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, per chiedere garanzie sul rientro in classe a settembre”, fa sapere La Repubblica.

Quella che viene chiamata didattica a distanza, sostengono le prof, “è un canale per continuare ad avere un rapporto in qualche misura umano con i nostri studenti e le loro famiglie, ma non certamente per garantire il diritto costituzionale per cui si è combattuto”. “Non è uno strumento democratico – è scritto nella lettera – non garantisce alcuna partecipazione”. Le famiglie, si afferma ancora, sono state caricate di “di responsabilità e competenze che non dovrebbero avere e che non hanno”, e in questo momento “sono in grande difficoltà”.

Uno degli obiettivi prioritari della didattica a distanza era (supponiamo) quello di rassicurare gli alunni e di educarli alla flessibilità ed al cambiamento nonché di contribuire allo sviluppo di una buona capacità di adattamento, nel tentativo di adeguarsi alle stringenti misure di contenimento del contagio da Covid-19. I docenti e le istituzioni scolastiche, si sono però ritrovati a dover affrontare numerose altre difficoltà prima ancora di iniziare ad individuare le strategie finalizzate al perseguimento di tale finalità.

Innanzitutto, c’è da segnalare la presenza di un fenomeno, in Italia, non poco rilevante: il “digital divide”. Infatti, secondo il report dell’Istat “Cittadini e ICT” (ICT – Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione), pubblicato a dicembre 2019, la percentuale di famiglie italiane che dispongono di una connessione a banda larga è pari al 74,7%, mentre la percentuale degli individui che hanno utilizzato Internet, negli ultimi 3 mesi precedenti l’intervista, è pari al 67,9%.

I numeri sembrerebbero non proprio bassi rispetto al passato ma, nel 2020, tutti dovrebbero avere le stesse possibilità di accedere alle migliori tecnologie per non restare indietro; invece, a causa di condizioni economiche svantaggiate, età, mancanza di competenze digitali e provenienza geografica, c’è ancora chi resta indietro, molto indietro.

Sempre secondo lo stesso report dell’Istat, fra le famiglie che per scelta non hanno a casa una connessione a banda larga, la maggior parte indica come principale motivo la mancanza di capacità digitali (56,4%), mentre il 25,5% di esse non considera internet uno strumento interessante.

Osservando i dati emerge poi che gli utenti che hanno competenze digitali basse sono il 41,6%, di base il 25,8% e nulle il 3,4% (pari a 1 milione e 135mila abitanti). Solo il 29,1% ha competenze digitali elevate.

In generale nel Paese il 33,8% delle famiglie sono prive di strumenti digitali, un dato che scende al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore, ma solo nel 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o un tablet. Nel Mezzogiorno la percentuale di famiglie senza un computer o un tablet supera addirittura il 41% e arriva a toccare il 44% e il 46% in Sicilia e Calabria mentre nel Nord il 70% ha almeno un pc per famiglia.

Ciò che più preoccupa della “DaD” non sono solo le disponibilità di mezzi informatici nelle famiglie italiane ma anche gli effetti sulla salute psicologica di studenti, insegnanti e genitori.

Stare ore e ore davanti ad uno schermo LED, lì dove disponibile, per seguire molteplici lezioni scolastiche ed universitarie in diretta, è per molti studenti stressante, dispersivo e non facilita l’attenzione. Inoltre, il danno più grande si riscontra nella maggiore difficoltà ad intervenire durante le lezioni e nella difficoltà a instaurare relazioni tra studenti e con i docenti, sfavorendo quell’inclusività sociale che è propria del mondo della scuola.

Secondo varie ricerche, durante il lockdown la didattica a distanza ha avuto un impatto negativo sulla salute psicofisica di studenti e docenti, ma anche su quella di molti genitori di alunni più giovani che sono stati costretti a seguire, come mai fatto prima, i propri figli durante lo svolgimento delle lezioni e dei compiti, anche dopo che si è ricominciati a lavorare.

Molti docenti inoltre non godono di una sufficiente preparazione informatica di base e non sono stati pochi gli inconvenienti cui gli studenti hanno assistito durante le lezioni in streaming.

La mancanza di un’adeguata organizzazione e programmazione ha portato inoltre ad adottare modalità di svolgimento degli esami universitari talvolta poco ortodosse e molto complesse (il mio esame di sociologia è terminato alle 23:00 ad esempio!).

Ciliegina sulla torta è stata la totale mancanza di chiarezza e programmazione da parte del Governo e del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, che hanno mandato dapprima nel panico studenti e docenti per quanto riguarda le modalità di svolgimento degli Esami di Stato di scuole medie e superiori e poi hanno creato confusione ulteriore sul come e quando si tornerà fisicamente in classe.

Infatti, dapprima il Ministro aveva assicurato il rientro in classe a settembre ma con distanziamento sociale fra alunni di un metro, mascherine e divisori in plexiglas, poi si è deciso di rimuovere l’obbligo dei divisori in plexiglas e di adottare una didattica mista in sede – a distanza, con metà alunni in presenza e metà a casa ed ora non si sa nemmeno se a settembre si tornerà effettivamente a scuola o meno, né se ne conoscono le modalità.

Insomma, una gestione generale della scuola da parte della Azzolina davvero non all’altezza di un sistema scolastico pubblico europeo.

Dunque, sebbene si sia dimostrato che la didattica a distanza è possibile e che la si può organizzare anche in tempi relativamente brevi, sono balzate agli occhi numerose criticità, che vanno dalla tutela della privacy fino alla necessità di evitare che il diritto allo studio possa essere garantito solo a taluni alunni e non alla totalità degli stessi, contribuendo così a creare ulteriori diseguaglianze sociali ed incrementando il rischio di danni alla salute psicologica di alunni, docenti e non solo.

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Noè Fioretti

Noè Fioretti

Mi chiamo Noè Fioretti, sono del '96, nato a Napoli e cresciuto ad Ischia. Dopo il Liceo Scientifico ho studiato Giurisprudenza per quattro anni ed ora studio Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Credo nella libertà di opinione e di espressione e sono un paladino della libertà di stampa, ma solo affinché tale stampa sia davvero al servizio delle persone e del Popolo: una stampa sociale, oggettiva, veritiera. I miei campi di interesse sono la politica nazionale ed internazionale, le relazioni geopolitiche, l'attivismo, l'ambiente e tanto altro. Gestisco una rubrica indipendente su Ischia Press (https://www.ischiapress.net/author/fioretti/).