A quale normalità è necessario tornare? I legami tra globalizzazione e Covid-19

A quale normalità è necessario tornare? I legami tra globalizzazione e Covid-19

Sentiamo ultimamente spesso parlare di “ritorno alla normalità” in relazione alla pandemia dalla quale non siamo ancora usciti: ma c’è davvero una normalità alla quale è necessario tornare? È una normalità giusta quella che reclamiamo? Se fosse stata proprio la normalità il nostro problema?

“Normalità significa abbattere enormi aree di foresta per piantare colture. Normalità significa eccessivo allevamento di bestiame, distruzione degli ecosistemi naturali a scapito degli habitat per gli animali selvatici. La normalità sta facendo realizzare il cambiamento climatico, che aumenta lo stress nelle specie selvatiche e nei loro habitat e rende le persone più sensibili alle malattie zoonotiche (che si diffondono dagli animali all’uomo)” scrive il The Guardian.

La normalità per noi esseri umani, in particolar modo per la nostra civiltà occidentale, è dominata dal desiderio e dalla necessità di totale libertà personale senza regole. Questa libertà sta a fondamento di uno dei fenomeni geo-politici, economici e sociali più importanti del nostro millennio: la globalizzazione.

Partiamo dicendo che pandemia e globalizzazione sono due concetti diversi: il primo è un concetto apparentemente puramente medico-scientifico, il secondo descrive invece un fenomeno economico, sociale, culturale e non solo. Nonostante tutto, ci sono molti straordinari ed inaspettati legami tra queste due realtà che possono farci capire come la globalizzazione abbia influenzato il diffondersi della malattia e come la pandemia, e tutte le pandemie, possono essere fenomeni che fanno intrinsecamente parte della globalizzazione.

Parafrasando la definizione di globalizzazione del sociologo e politologo inglese Anthony Giddens, possiamo dire che ciò che stiamo vivendo oggi in Italia, ad esempio, è frutto dell’interconnessione diretta con ciò che pochi mesi fa abbiamo visto accadere in Cina: il cosiddetto “butterfly effect”, per cui un battito d’ali di una farfalla può potenzialmente provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

Alle disuguaglianze economiche, alle disparità sociali, allo sfruttamento della manodopera a basso costo, alle delocalizzazioni selvagge, ai flussi migratori fuori controllo, tra gli effetti collaterali della globalizzazione si aggiunge anche la rapidità di diffusione dei virus e delle malattie.

Partendo quindi dalle più banali cause della facile e velocissima diffusione del virus a livello globale non possiamo non citare l’abbattimento delle frontiere e la libera circolazione di merci, capitali e persone che la globalizzazione porta con sé: la facilità e la velocità con la quale le persone possono oggi spostarsi nel mondo è quindi una delle cause della rapida diffusione del virus; ma non possiamo fermarci qui.

Infatti, possiamo trovare numerosi nessi causali tra pandemia e globalizzazione quando parliamo di sovrasfruttamento delle risorse naturali della terra, inquinamento, cambiamento climatico, surriscaldamento globale ed in particolare agricoltura ed allevamenti intensivi, tutti fenomeni che la globalizzazione ha fatto sviluppare nel corso dei decenni recenti.

In particolare, con riferimento agli allevamenti intensivi, uno dei primi studi fu pubblicato nel 2018 sulla rivista “Nature” da un gruppo di ricercatori cinesi che indagavano sull’epidemia dovuta al virus della Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV, anch’esso un coronavirus) che tra il 2016 ed il 2017 uccise 24mila suini localizzati in allevamenti della provincia cinese del Guangdong.

Lo studio evidenziava come la crescita esponenziale di macro-allevamenti intensivi di bestiame avesse alterato le nicchie vitali dei pipistrelli locali, i maggiori serbatoi mondiali di virus appartenenti alla famiglia dei coronavirus. Nello studio veniva inoltre provato che l’allevamento industriale degli ultimi decenni ha notevolmente incrementato le possibilità di contatto tra fauna selvatica e bestiame d’allevamento, facendo aumentare il rischio di trasmissione di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono oggi drammaticamente aggrediti dalla deforestazione, per far spazio ad agricoltura ed allevamenti.

Già nel 2004, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e l’Organizzazione mondiale della salute animale (OIE), segnalarono l’incremento notevole nella domanda di proteina animale a livello globale e l’intensificazione della sua produzione industriale come le principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche (malattie che passano dall’animale all’uomo, con un salto di specie).

L’organizzazione Compassion in World Farming aveva pubblicato due anni prima un rapporto che si concludeva affermando che l’imposizione del modello industriale dell’allevamento intensivo legato ai macro-allevamenti, stava provocando un incremento globale di infezioni resistenti agli antibiotici, promuovendo la trasmissione di malattie attraverso alimenti di origine animale.

La stessa OMS nel 2005 aveva segnalato che uno dei maggiori impatti del nuovo modello di produzione agricola si aveva proprio nell’amplificazione e mutazione di agenti patogeni trasmissibili all’uomo.

Negli anni, di fatto, nessun provvedimento è stato preso per frenare il rapido sviluppo dell’allevamento industriale intensivo, nonostante i dati e gli allarmi.

In particolare, interrogandoci sull’origine del virus SARS-CoV-2 che provoca la malattia del Covid-19, non possiamo non guardare alla Cina, che oggi è il paese produttore di animali allevati più importante del mondo, avendo superato anche la produzione statunitense. In Cina c’è il maggior numero mondiale di “landless systems” (sistemi senza terra), ossia macro-sfruttamenti di allevamenti intensivi in cui si affollano migliaia e migliaia di animali in spazi completamente chiusi: delle fabbriche di animali insomma.

Dal 1980 al 2010 questa tipologia di allevamenti è passata da una percentuale del 2.5% al 56% sul totale degli allevamenti cinesi!

L’emergenza dovuta alla drammatica pandemia del Covid-19 rivela in questo contesto il suo ruolo nell’economia mondiale, in particolare se guardiamo appunto al sovrasfruttamento dei macro-allevamenti intensivi come un fenomeno che fa fermamente parte della globalizzazione intesa qui come metodo di produzione alimentare.

Fondamentalmente le epidemie e le pandemie possono considerarsi come frutto dell’urbanizzazione globale, in particolare dell’urbanizzazione della popolazione animale ad opera del metodo di allevamento industriale ed intensivo. Le piccole e medie fattorie familiari sono state quasi completamente sostituite dagli allevamenti intensivi ed il conseguente sovraffollamento della popolazione animale fa sì che ogni allevamento possa trasformarsi in un serbatoio di mutazioni virali suscettibili di provocare pandemie importanti a livello umano.

Questi nessi diventano evidenti se consideriamo che la popolazione di animali esclusivamente allevati nel mondo è tre volte maggiore della popolazione umana.

Negli ultimi decenni, se consideriamo le ultime epidemie e pandemie, notiamo infatti che alcune delle infezioni virali più gravi che hanno oltrepassato la barriera della specie si sono originate proprio negli allevamenti.

Negli ultimi trent’anni si sono identificati oltre trenta nuovi patogeni umani, la maggior parte dei quali sono virus zoonotici, proprio come quello che causa il Covid-19.

Il biologo Robert G. Wallace, in una recente intervista su Marx21, afferma un’idea decisamente importante: concentrare l’azione di contrasto alla pandemia da Covid-19 unicamente sui mezzi d’emergenza che non combattono e non mettono minimamente in discussione le cause strutturali della pandemia è un errore gravissimo che ci metterà in condizione di dover affrontare in futuro quasi sicuramente nuove emergenze come quella che stiamo vivendo ora.

Il biologo spiega proprio che l’incremento di epidemie virali è direttamente collegato con le strategie delle corporazioni agricole e dell’allevamento, che investono senza scrupoli nella produzione industriale di proteina animale.

Nel 2008, il filosofo francese Frédéric Neyrat, nel suo libro “La biopolitica della catastrofe”, indica come le catastrofi biologiche di questo millennio implicano un’interruzione del corso delle cose e, nonostante il loro carattere di eventi, tali “incidenti” sono processi in marcia che mostrano ora gli effetti di un processo che è già in corso da molto tempo.

L’attuale pandemia, infatti, nell’incrocio tra epidemiologia ed economia politica, disegna il suo punto di partenza come saldamente ancorato negli inevitabili effetti dell’industrializzazione forzata capitalista, completamente (se non esclusivamente) incentrata sulla massimizzazione del profitto delle imprese e che perde completamente di vista gli effetti socio-economici e sanitari che si riversano sulla massa globale.

Oltre alle caratteristiche biologiche del virus, ciò che ha contribuito in buona parte alla sua propagazione sono anche le politiche neo-liberiste degli ultimi venti, trent’anni, che hanno eroso in modo drammatico le infrastrutture sociali (e lo stesso “stato sociale”) che sostengono la vita, a partire non solo dalle strategie delle multinazionali e delle imprese ma anche dal depauperamento dei sistemi sanitari nazionali.

Infatti, dagli inizi degli anni 2000, molte sono state le denunce sul deterioramento del sistema pubblico della salute, in particolare in Spagna e Italia, dove si è vista una continua sottrazione di capitali pubblici che hanno condotto i sistemi sanitari dei due paesi al collasso.

Il neo-liberismo ha seminato su di noi temporali che un microorganismo ha trasformato in tempesta.

Secondo l’opinione generale di psicologi, sociologi e scienziati, in questa fase andare alla ricerca del colpevole può essere controproducente ed occorre invece una forma di “soggettivizzazione”, ossia interrogarsi in maniera ampia su uno stile di vita capace di scatenare devastazioni drammatiche e che è oggi il nostro stile di vita.

Traendo le somme, si evince quindi che la globalizzazione in sé, quale fenomeno socio-economico, non rappresenta direttamente una minaccia né per il genere umano, né per l’ecosistema, né per l’economia, ma è da considerarsi un vantaggio ed un arricchimento comune per tutti.

Nonostante ciò, occorre ed è necessaria anche l’onestà intellettuale di saper ammettere e saper analizzare gli effetti perversi di questo fenomeno, che è oramai completamente dominato dalla dottrina capitalista e neo-liberista. Tali effetti si sviluppano in modi drammatici non solo per quanto riguarda gli effetti socio-politici ed economici, come l’ampliamento delle disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale, ma anche per gli inevitabili effetti sull’ecosistema e l’equilibrio biologico globale: le pandemie sono intrinsecamente legate alla globalizzazione in quanto dominata da strategie di mercato incompatibili con la natura.

Sarà quindi da ripensare o no un nuovo modello di sviluppo economico? Sarà da ripensare un nuovo modello di sviluppo umano e di progresso?

Ritornare alla normalità non dovrebbe significare accettazione e rassegnazione passiva al ritorno allo stato di cose precedenti alla pandemia, ma si dovrebbe rimettere ancor più in discussione e sottoporre a dura critica, soprattutto da parte dei governi, un sistema di sviluppo economico che ha fatto emergere in maniera palese, tutta la sua fallibilità, che si è dimostrato come tangibilmente dannoso in questo periodo emergenziale.

Possiamo creare una nuova normalità con cambiamenti trasformativi che ci consentiranno di ricostruire il nostro rapporto con la terra, la biodiversità e il sistema climatico.

“Un futuro solido può essere costruito su un contratto sociale per la natura che possa portarci a una nuova normalità che ci metta in armonia con l’ambiente, che minimizzi lo scoppio delle epidemie zoonotiche, che faccia rivivere un’economia redditizia e che assicuri che i servizi ecosistemici siano disponibili per tutti” scrive ancora il The Guardian, che prosegue “Non abbiamo mai avuto un’occasione migliore per rendere il mondo più verde. Il Covid-19 ci ha offerto insoliti benefici ambientali: aria più pulita, minori emissioni di carbonio, tregua per la fauna selvatica. Ora la grande domanda è se possiamo capitalizzare questo momento.”

Il virus ci ha fatto capire, o dovrebbe farci capire, che la qualità di un modo di vivere e di intendere l’economia come il nostro è incompatibile con la vita e fondamentalmente non c’è più una “normalità” alla quale è necessario tornare se quella normalità di ieri ha condotto la civiltà umana dov’è oggi.

158 Visualizzazioni
Noè Fioretti

Noè Fioretti

Mi chiamo Noè Fioretti, sono del '96, nato a Napoli e cresciuto ad Ischia. Dopo il Liceo Scientifico ho studiato Giurisprudenza per quattro anni ed ora studio Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Credo nella libertà di opinione e di espressione e sono un paladino della libertà di stampa, ma solo affinché tale stampa sia davvero al servizio delle persone e del Popolo: una stampa sociale, oggettiva, veritiera. I miei campi di interesse sono la politica nazionale ed internazionale, le relazioni geopolitiche, l'attivismo, l'ambiente e tanto altro. Link ai miei articoli: https://www.ischiapress.net/author/fioretti/ .