Recovery Fund: un compromesso tra egoismi nazionali

Recovery Fund: un compromesso tra egoismi nazionali

Approvato pochissimi giorni fa il piano della Commissione Europea “Next Generation EU”, proposto dalla Presidente Ursula Von Der Leyen, dopo quattro estenuanti giorni di trattativa serrata in seno al Consiglio Europeo. Ma quali conclusioni possiamo trarre?

Come dice Carlo Calenda di “Azione” in un video diffuso sui social, non è affatto utile banalizzare il dibattito sulla questione “l’Italia ha vinto, l’Italia ha perso”, perché non è così che si ragiona sui risultati di un accordo internazionale.

Partendo dai punti salienti dell’accordo dobbiamo dire innanzitutto che resta invariato l’ammontare complessivo delle risorse del piano messo a punto dalla Commissione a maggio, pari a ben 750 miliardi, ma ridefinisce la composizione tra contributi a fondo perduto e prestiti: i primi ammonteranno a 390 miliardi, i secondi a 360.

Il rapporto tra contributi a fondo perduto e prestiti è stato influenzato negativamente dall’intervento dei paesi del Nord Europa, i cosiddetti “frugali” (ma possiamo chiamarli anche egoisti), tra i quali Olanda in primis, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia, che inizialmente pretendevano addirittura che l’UE erogasse quasi esclusivamente prestiti. Ma in fondo dovremmo anche comprenderli: la fama delle politiche economiche del Sud Europa, in particolare dell’Italia, non è propriamente all’altezza di avanzare pretese eccessive nei confronti di chi ha sempre retto in maniera quasi impeccabile il bilancio dello Stato.

L’Italia, nonostante tutto, si assicura nel complesso la maggior parte degli aiuti europei in assoluto con ben 209 miliardi di euro, una cifra persino superiore a quella del piano originario che avrebbe portato nella Penisola 172,7 miliardi, anche se a salire è solo l’ammontare dei prestiti e non dei sussidi. Di questi 209 miliardi, 81 saranno i sussidi a fondo perduto e 127 saranno i prestiti da restituire.

Ciò che ci fa notare Carlo Calenda, con la forza dei dati, è che gli 81 miliardi di sussidi non sono 81 miliardi netti perché a fronte di questa somma l’Italia verserà 55 miliardi dal 2028 nel bilancio europeo, per cui le sovvenzioni ammonteranno a 26 miliardi netti nel lungo periodo. Una somma comunque non indifferente.

Ciò che funge da chiave di lettura per comprendere il quadro, soprattutto dal punto di vista italiano, è che queste sovvenzioni europee saranno molto più condizionate del MES (il Fondo Salva-Stati): infatti entro il 15 ottobre del corrente anno, tutti i Paesi europei dovranno presentare alla Commissione Europea un piano di riforme molto stringente e tale piano si unisce alle raccomandazioni della Commissione stessa sulle riforme da attuare.

Ma in fondo è anche giusto che questi fondi siano condizionati perché a fronte di un’enorme quantità di sussidi e prestiti è giusto e necessario che gli Stati s’impegnino finalmente a realizzare riforme strutturali urgenti che riguardano la digitalizzazione, la transizione ecologica, la riforma della giustizia e del sistema fiscale e non solo. È altrettanto importante che l’Italia sia responsabile e che non butti via quei soldi in operazioni sbagliate e controproducenti per la nostra economia, come dedicarsi esclusivamente a forme di assistenzialismo che non aiutano la crescita economica o abbassare indiscriminatamente le tasse, come ultimamente si sente parlare.

Di fatto appare insensata l’attuale polemica sull’eventuale ricorso al MES da parte dell’Italia: il Recovery Fund vedrà i primi trasferimenti di liquidità agli Stati a partire da giugno 2021, mentre il MES è immediatamente attivabile e ben 36 miliardi possono essere richiesti subito dal nostro Paese per sovvenzionare quanto prima la sanità italiana a fronte di interessi vicini allo zero e con minime condizionalità.

Per l’Europa da un lato l’accordo rappresenta una vittoria, perché finalmente s’impongono nuovi strumenti di debito comune europeo come l’emissione di titoli europei sul mercato (i famosi Eurobond), ma dall’altro è una sconfitta: ciò perché tutte le iniziative di “salvataggio” dell’economia europea sono iniziative che il Consiglio Europeo ha deciso di affidare, nuovamente, ai singoli Stati. Pertanto, ci saranno meno progetti comunitari (già sono stati previsti tagli all’agricoltura, alla transizione ecologica, all’istruzione e addirittura alla sanità stessa) e più prestiti che gli Stati nazionali gestiranno in relativa autonomia.

Per Calenda questo rappresenta un problema innanzitutto perché si tratta sempre e comunque di prestiti che indebitano gli Stati e poi perché tale processa ci allontana dall’obbiettivo di un’Unione Europea con sempre più strumenti di natura comune e che ci possa portare a una sempre maggior integrazione europea.

La stessa sospensione del Patto di Stabilità e della normativa sugli aiuti di stato (che limitava questi ultimi) ha avvantaggiato i Paesi con economie forti e stabili che hanno potuto maggiormente sostenere le imprese in difficoltà.

Calenda ci fa inoltre notare un altro elemento negativo dell’accordo: cade il vincolo sul mantenimento dello stato di diritto a fronte dell’erogazione dei fondi europei: infatti, Ungheria e Polonia non avranno limitazioni di accesso ai fondi nonostante stiano continuamente violando lo stato di diritto con riforme antidemocratiche sulla giustizia, sulla libertà di stampa, di espressione e sulle libertà politiche.

Altro elemento da considerare è il cosiddetto “freno d’emergenza” che è stato concesso ai Paesi frugali, in particolare all’Olanda, che consentirà a questi ultimi di chiedere l’immediata sospensione dell’erogazione dei fondi qualora essi reputino che le riforme di un certo Paese siano incoerenti con le promesse espresse nel piano da presentare alla Commissione. Successivamente la palla passerebbe al Consiglio Europeo dove si voterebbe a maggioranza qualificata ma questo rappresenta comunque un potente strumento in mano ad un singolo Paese. Ai Paesi ostruzionisti del Nord, per fargli ingoiare l’accordo, è stata anche concessa una futura minor contribuzione al bilancio europeo sottoforma di rimborsi più sostanziosi. Queste parti dell’accordo sembrano avvantaggiare questi Stati e ciò rappresenta un elemento divisivo e di iniquità.

Il rischio maggiore per l’Italia ora è che la Banca Centrale Europea potrebbe ridurre il Quantitative Easing(l’acquisto di titoli di Stato nazionali che sta aiutando moltissimo in particolare l’Italia) oppure potrebbe decidere di continuare, ma potrebbe farlo in rapporto alle quote di capitale versate dai singoli Stati nella BCE.

Traendo le conclusioni, c’è da dire che, allo stato dei fatti e con le attuali regole europee, questo era purtroppo il miglior accordo possibile e, tra vantaggi e svantaggi, rappresenta comunque un buon accordo, soprattutto per l’Italia, ma non bisogna sottovalutare il fatto che purtroppo per l’ennesima volta è prevalsa la logica degli egoismi nazionali e dei veti incrociati, delle alleanze di comodo fra Paesi contro altri Paesi della stessa Unione. Ciò ci allontana dal sogno europeo di un Europa più unita, integrata e solidale.

Ciò che più urge ora, affinché l’UE non collassi, è una seria riforma dei Trattati che abolisca la logica del diritto di veto e che metta da parte gli egoismi nazionali, mettendo al centro l’interesse comune dei cittadini del Vecchio Continente.

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Noè Fioretti

Noè Fioretti

Mi chiamo Noè Fioretti, sono del '96, nato a Napoli e cresciuto ad Ischia. Dopo il Liceo Scientifico ho studiato Giurisprudenza per quattro anni ed ora studio Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Credo nella libertà di opinione e di espressione e sono un paladino della libertà di stampa, ma solo affinché tale stampa sia davvero al servizio delle persone e del Popolo: una stampa sociale, oggettiva, veritiera. I miei campi di interesse sono la politica nazionale ed internazionale, le relazioni geopolitiche, l'attivismo, l'ambiente e tanto altro. Gestisco una rubrica indipendente su Ischia Press (https://www.ischiapress.net/author/fioretti/).