La saga di Autostrade per l’Italia

La saga di Autostrade per l’Italia

di Marco Manassera

La prima incarnazione di Autostrade per l’Italia viene fondata nel 1950 dall’IRI, come azienda statale interessata alla ricostruzione post bellica. Viene quotata in borsa per la prima volta nel 1987. Essa opera anche all’estero: negli anni 90 Autostrade per l’Italia costruisce le prime due autostrade private a pedaggio, una nel Regno Unito e una negli Stati Uniti. Nel 1999 D’Alema che è al governo decide di privatizzarla, vendendo il 30% delle azioni a una cordata controllata dalla famiglia Benetton, unica ad aver presentato un’offerta vincolante, per 5 miliardi di vecchie lire. Nel gennaio 2003 la famiglia Benetton, attraverso la società NewCo28, acquista il 100% delle azioni, tramite un’operazione di cosiddetto leverage buyout (un’operazione finanziaria di investimento a debito): la liquidità necessaria per l’acquisizione fu reperita dai Benetton facendo ricorso al sistema creditizio e, successivamente, il debito fu trasferito dalla società NewCo28 dei Benetton direttamente ad Autostrade per l’Italia, a seguito di fusione per incorporazione. Quindi Autostrade per l’Italia si indebitò per 8,5 miliardi di euro, debito rimasto a tutt’oggi invariato, affinchè i Benetton ne divenissero padroni, senza che essi spendessero effettivamente il proprio denaro. Anche gli 1,28 miliardi investiti a suo tempo dai Benetton nella società NewCo28 gli rientrano con la cessione del 12% di azioni: le azioni controllate dal gruppo Benetton scendono così dal 100% all’88%. La società ottiene degli appalti anche in Austria. Nel 2007 il gruppo che controlla l’88% delle azioni prende la denominazione di Atlantia. Tra il 2009 e il 2019 la società elargisce 10 miliardi di utili agli azionisti e ne investe 4 in manutenzione. Nel luglio 2020, a seguito della tragedia del ponte Morandi, la quota sotto il controllo dei Benetton viene ridotta dal governo al 10%, mentre la quota di maggioranza passa sotto il controllo di Cassa Depositi e Prestiti, società statale quotata in borsa, che dal 2014 è controllata per il 35% da una società della Repubblica Popolare Cinese. Il debito di 8,5 miliardi è ancora lì, grava sul debito pubblico italiano. Poi ti raccontano che i ladri sono Craxi, Salvini e Berlusconi.

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Redazione

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