Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli

Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli

“Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.”

Così scrive Curzio Malaparte ne “La Pelle”. Citato così, sembra un libro-elogio al grande carattere culturale e sociale della città. Non lo è. O almeno non lo è del tutto. Non amo Curzio Malaparte, partiamo da questo. Non lo amo per la sua storia politica e anche per la sua vigliaccheria tipica del voltagabbana, per la sua crudeltà nel descrivere un mondo cinico e con poche speranze, non lo amo anche perché ha usato Napoli come metafora della dissoluzione dell’animo italiano durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non lo amo perché non aveva il diritto di usare Napoli come il capro espiatorio di una malattia spirituale che interessa, in realtà, tutto il genere umano.”Erano i giorni della peste di Napoli, laddove la peste era da intendersi come malattia dello spirito”- scrive Malaparte, mentre cerca di fare di Napoli un simbolo condiviso, una metafora dell’Italia moralmente annullata dalla guerra. E ci riesce.

Inizia tutto dal Pendino.Gli episodi grotteschi che narra non si contano. Ed il disgusto, per me che non amo Malaparte, cresce. Il che mi impedirebbe di elencare gli orrori che narra, ma che devo elencare per onestà intellettuale e per far comprendere di cosa stesse parlando veramente. E quindi.

Napoli, piazza che offre giovanissimi disperati e senza futuro ai ricchi omosessuali provenienti da ogni parte d’Europa. Napoli, nel rituale della “figliata”, in cui un omosessuale simula la gestazione e il parto di un feto dal fallo smisurato; Napoli, ed il pranzo offerto agli ufficiali americani e loro consorti a base di bambina bollita che, in realtà, non é altro che un pesce sirenoide che è stato prelevato dall’Acquario. Napoli, che vende per un dollaro agli americani, le giovani figlie vergini.

Il film con Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale, tratto da questo libro, non è nulla al confronto. Ha contribuito solo al danno di immagine consistente di una Napoli orrida e putrida di guerra e dissoluzione. Come si fa a scrivere un libro del genere – mi sono detta.

Ho, dunque, sentito l’esigenza della riabilitazione, quella di chi non accetta una narrazione assurda, nemmeno se collocata nel passato. Perché questa narrazione influenza il presente, e quindi l’ho percorsa con altri occhi, quelli di Curzio Malaparte, non con i miei, anche se i miei fanno capolino ogni tanto con orgoglio.

Percorrendo questo mondo nel mondo, mi sono interrogata sul destino di quella che fu una antica capitale, volgendo uno sguardo ai fantasmi del passato, intravedendo i suoi spettri, il cammino di re Ladislao e dei sovrani borbonici, di Matilde Serao e, appunto, di Malaparte. Piazza Borsa alle spalle. Si sale lungo viuzze protette da archi e da immondizia ubiquitaria, fino a raggiungere la quattrocentesca chiesa di San Pietro in Vinculis, chiusa da un tempo infinito, credo. Personalmente non l’ho mai vista. Saccheggiata ed oltraggiata dentro, fuori, in mezzo. Violentata come violentata è mezza città. Alla sua sinistra vico Melofioccolo, tradito dal terremoto del 1980 e dalle sue conseguenze. Un vico dove regna la violenza di chi vive volontariamente da parte, in un mondo a parte, volontariamente messo da parte.

Un odore pungente di marcio mi attraversa le narici, forse perché, il mare, prima che i lavori del Risanamento lo facessero arretrare, arrivava fino a queste mura portando merci e odori dal lontano Oriente. Gli odori permangono e attraversano il tempo come marchio e destino, qui si intrasente – come cantava Rino Gaetano – ancora tutto. Mura strette che danno l’impressione di palazzi grandiosi, lambiti da panni spasi tutto l’anno, a tutte le ore. Non c’è ordine visivo, nessuna logica civile. Ti cadono le gocce d’acqua sulla testa. Da quassù, il mare non lo immagini neanche più. Ti chiedi se questa sia davvero una città di mare, ad un certo punto, o te lo sei solo immaginato il mare. Nemmeno la luce, particolarità di Napoli, sembra la stessa. Tutto buio, tutto cupo, tutto oscuro. Se non fossi ‘na figlia ‘e ‘ndrocchia di Napoli, avrei paura pure di camminarci, ma se voglio essere un Curzio Malaparte qualunque, sì, effettivamente fa paura.

A livello di strada, invece, tra palazzi sontuosi, così vicini che quasi si compenetrano come un disegno dalle prospettive allucinate di Escher, la nobiltà non è ancora precipitata nella miseria, ma ne ha l’aspetto. È quel senso di nobiltà decaduta, ma viva nell’architettura, nei cortili dei palazzi, negli stemmi ad ogni portone, della cultura delle antiche università. Ma è tutto decadente, dove scorgerla questa bellezza? Eppure, se la memoria scuotesse gli animi, facesse mettere mano alla tasca, sveltisse burocrati, governi e amministratori, Napoli offrirebbe su un piatto d’argento una delle sue anime più misteriose, tra le più antiche, e la decadenza si trasformerebbe in rinascita, così che i turisti non si scoprirebbero entusiasti e curiosi di fotografare scene e particolarità negative a cui noi, purtroppo, siamo invece abituati e che adesso mi danno un senso di nausea malapartiana. È il positivo, invece, che sorprende noi residenti. Ci basta poco, qui. Ed è questo il nostro più grande errore: farci bastare il poco, quando potremmo aspirare al massimo. E così, quando la strada dei Banchi Nuovi si allarga in piazza Teodoro Monticelli, si presenta sulla sinistra la gialla facciata delle chiesa dei SS. Demetrio e Bonifacio, e appare la sagoma grigia del palazzetto del segretario di re Ladislao, Antonio Penne. Bugnato toscano e portale alla maniera durazzesca. Un capolavoro. Peccato che solo il portale sia stato ripulito e faccia l’effetto di una passata di rossetto su un viso raggrinzito di donna brutta con un naso a becco e gli occhi scavati. Di fronte, si può ancora leggere su una lapide, un ammonimento sanzionatorio di Ferdinando IV, anno 1773, contro chi lasciava rifiuti per strada. Pena prevista: la galera. Quella che veramente farei scontare a parecchi Napoletani quando lasciano in giro ogni rifiuto possibile.

Ed ecco la stretta “Pendino Santa Barbara”, le cui scale riportano giù a Sedile di Porto, quelle scale che Malaparte chiamerà ‘e gradelle ‘e Santa Barbara. Il simbolo del degrado sociale e umano ne “La pelle.”Tutta questa zuzzimma che Malaparte si affanna a raccontare in un delirio cieco e fantasioso, adesso non c’è, neanche c’è pulizia, però. Di certo non ci sono più neanche le nane. Le andavo cercando in ogni gradella, ma niente. E, sì, le nane d’e gradelle. La parte che maggiormente ho faticato a mandar giù di tutto il libro, che già di per sè non aiuta: “son così piccole, che giungono a stento al ginocchio di un uomo di media statura” (parlava degli americani, esaltandone la bellezza); sono laide e grinzose, fra le più brutte nane che vi siano al mondo.”Così (ci) descrive Malaparte nel suo libro. E scrivo “ci” perché non sono poi tanti gli anni che separano noi Napoletane del 2018 da loro Napoletane del 1944. Due generazioni. Una è ancora viva, volendo. Potrebbe essere la generazione di mia nonna. E vi assicuro che mia nonna sembrava Sophia Loren, e non una nana grinzosa. Ho preso infatti la sua foto che conservo nel portafogli per riderci su e ho pensato che sia meglio non raccontarle di uno scrittore che definiva le Napoletane “delle nane brutte.” Ma vabbè, altra storia. Quella vissuta. Mica la fantasia di un intellettuale. Fatica immane andare in giro con gli occhi di un Malaparte qualunque. Non so come facciate, voi Malaparte qualunque, a riempirvi di immagini e pensieri così lugubri quando passeggiate per la vostra città. C’è però da dire che difficilmente si rimane indifferenti leggendo questo libro e che quest’opera macabra ha un pregio: non è uno di quei classici libri di guerra che invita le generazioni prossime a “non dimenticare” in maniera moralistica, no. D’altronde, è un libro tradotto in tutte le lingue, ed ancora richiestissimo all’estero, a quanto pare, dove l’archetipo napoletano è ancora visto attraverso la fantasia grottesca di uno scrittore.

Dopotutto, però, queste pagine, in cui trionfa l’osceno, ricordano sostanzialmente di che fango siamo fatti. Non solo noi a Napoli, tutto il genere umano, Curzio Malaparte incluso, a cui rendo il pregio di aver compreso una sola cosa di tutta questa storia, quando scrive: “non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.”

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Ylenia Petrillo

Ylenia Petrillo

Laureata in lingue, insegno lingua inglese ai ragazzi di scuola elementare e media. Sono appassionata di storia locale, con particolare attenzione agli aspetti peculiari della terra in cui vivo, convinta del fatto che il rispetto per tutte le culture, passa sempre attraverso il rispetto e la conoscenza della propria.