Il peso delle parole nella politica e nella società

Il peso delle parole nella politica e nella società

di Sabina Grossi

Sarebbe auspicabile che ciascun cittadino nell’esprimersi potesse utilizzare la parola giusta, confacente, fedele a quello che realmente vuole descrivere. E ancora di piú sarebbe esigibile che ciò accadesse da parte di chi rappresenta le istituzioni. Non mi aspetterei associazioni sconnesse e per immagini, paragoni forzati, la nomina di tre o quattro fenomeni g i g a n t i per problematicitá come se si stessero citando Tizio, Caio e Sempronio, e perchè no Mevio, come elenco della spesa, colori per abbellire la personale polemica del momento. Ogni cosa ha il suo nome. Quante volte a scuola ci siamo innervositi, sentiti sminuiti, annullati dal fatto che, magari dopo anni, i nostri insegnanti ancora non conoscessero il nostro nome? O lo scambiassero con quello di altri alunni? Non siamo numeri, nè noi nè gli altri. Dietro ogni c a t e g o r i a sociale, presa e sbattuta in prima pagina o utilizzata come e t i c h e t t a, ci sono persone. Per questo bisogna iniziare ad essere precisi, cercare la definizione giusta, chiedersi se una certa parola sia adatta al contesto. Non siamo qui per emettere versi o contribuire all’affollamento dei contenuti del web. Dialoghiamo e progrediamo nel pensiero, senza sciupare ogni occasione di confronto che oggi, dopo la morte di Ebru Timtik, suona ancora piú sacra.

Per questo il mio esercizio di oggi, per pura voglia di mettere ordine, è distinguere con parole che ritengo specificanti alcuni concetti in voga. Voglio distinguere la camorra come una delle mafie, quelle richiamate all’art. 416 bis c.p. dal lavoro nero – del quale sicuramente si servono – e a questo riferirmi sia dal punto di vista del lavoratore, che è violato nei suoi piú alti diritti – diritto a un contratto di lavoro conforme alla legge, a una retribuzione degna secondo l’art. 36 della Costituzione, al versamento da parte del suo sostituto d’imposta dei propri contributi previdenziali e assistenziali – sia dal punto di vista del datore di lavoro, che può esercitare un’attività senza autorizzazione e che evade il fisco. Poi vorrei scrivere che il termine ambulante non coincide con abusivo, come il venditore di cocco non sempre e in ogni località è irregolare, perchè alcuni Comuni ne autorizzano la somministrazione ai bagnanti. Poi che non serve ricorrere all’esempio dei parcheggiatori o dei venditori di cocco per avere un’ipotesi di illegalità, perchè i lavoratori sono derubati e violati nei loro diritti anche all’interno di snc o imprese individuali formalmente esistenti per lo Stato. E questo Stato, in ogni grado istituzionale, dovrebbe occuparsi di quelli e di quelli, senza creare classifiche di indegnità.

Da ultimo, che i profughi afghani non sono piú profughi di altri. Che la parola profugo di per sè non è molto eloquente: si vuole usare per riferirsi al fatto che di solito sono addossati gli uni agli altri durante il viaggio della speranza? O che fuggono appunto da un pericolo? O che anche loro come i parcheggiatori o i venditori non sarebbero autorizzati a qualche cosa? E quale di queste caratteristiche può convenientemente associarsi ad un gruppo di politici? Forse la camicia fuori dai pantaloni.

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Redazione

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