Il Napolitano da lingua a dialetto, una questione politica

Il Napolitano da lingua a dialetto, una questione politica

L’unità linguistica del Sud

di Massimo Cimmino

Sommario :

  1. Unità d’Italia ed unificazione linguistica : l’atteggiamento della borghesia e del popolo del Regno delle Due Sicilie ;
  2. Lingua e dialetto : una distinzione puramente politica ;
  3. Diretta derivazione del napolitano dalla lingua latina ;
  4. Breve “excursus” sulla produzione letteraria napolitana dal Medioevo ai giorni nostri ;
  5. Vitalità della canzone napolitana ;
  6. Il napolitano come “lingua madre” riconosciuta dall’UNESCO, ma priva di tutela da parte dello Stato Italiano .

1. Il forzato processo di unificazione della penisola italiana non poteva trascurare un elemento di fondamentale rilievo distintivo delle culture nazionali preunitarie : la lingua .

La persistenza, in particolare, delle lingue napolitana, siciliana, veneta accanto a quella toscana, peraltro già da tempo generalmente adottata nella penisola nella stesura degli atti e dei documenti amministrativi, oltre che diffusa in campo letterario, era considerata incompatibile con il progetto unitario .

Di pari passo con la repressione della resistenza armata all’invasore piemontese, si conduce dunque una vera e propria guerra contro le lingue parlate negli stati preunitari, che – bandite da ogni ufficialità – vengono qualificate  “dialetti”, ossia lingue diffuse in limitate aree geografiche, e, solo come tali, tollerate nell’uso familiare, soprattutto nell’ambito dei ceti popolari .

Già, perchè l’alta e media borghesia, che detiene la proprietà delle terre, che controlla i commerci e che esercita le professioni cosiddette liberali, si associa immediatamente ai nuovi potenti in questa opera di repressione linguistica, così pagando un ulteriore prezzo per il mantenimento del proprio “status” sociale e dei vantaggi che ne derivano .  L’espressione “cambiare tutto per non cambiare nulla”, che Tomasi di Lampedusa fa pronunciare ne “Il Gattopardo” al Principe di Salina, ritrova anche in quest’ambito la sua pratica attuazione .

D’altra parte, venendo in particolare alla lingua napolitana, questa è la lingua parlata dai Sovrani di Casa Borbone, che, a cominciare da Ferdinando I  e diversamente da precedenti monarchi, sono dei Re nazionali, sono e si sentono napolitani; il che li lega indissolubilmente al popolo, che sviluppa nei loro confronti uno spiccato senso di appartenenza, emblematicamente riassunto nel grido “Viva ’o rre nuosto !”, opposto a chi si schiera con il re piemontese, avvertito come “altro”, come straniero, parlante un idioma incomprensibile e tuttalpiù  il francese .

La borghesia medio-alta, invece, diviene – per le ragioni anzidette – un alleato formidabile dei piemontesi in quest’opera di omologazione linguistica, che utilizza precipuamente  la scuola come strumento di diffusione della lingua toscana, prontamente  ribattezzata “italiana” . Nascono così espressioni che si sentono ancora oggi ripetere, da parte di tanti maestri, insegnanti e genitori, all’indirizzo di bambini e ragazzi che, nonostante tutto, parlino napolitano : “Parla bene!”, “Non si parla in napoletano!”,  “Non parlare in dialetto!”, “Parla pulito!”  e via dicendo .

L’abiura della lingua napolitana da parte dei ceti medio-alti ha avuto, inoltre, come logica conseguenza, che solo la piccola borghesia e le classi popolari abbiano continuato ad usarla sino ai giorni nostri come lingua madre, sia pure frammista a vocaboli d’importazione toscana e, più di recente, angloamericana, in ogni caso napolitanizzati[1] . Si pensi, ad esempio, ai contesti in cui Eduardo De Filippo ambienta le proprie commedie ed al linguaggio (un misto di napolitano e di “pulito”), che fa utilizzare ai propri personaggi .

Dal che è derivata una visione dispregiativa del napolitano, inteso come lingua del volgo e, come tale, non usabile dalle persone cosiddette perbene .

In aggiunta a quanto detto, la cosiddetta unità ha comportato l’imposizione di modelli del tutto estranei alla cultura dei cittadini del Regno delle Due Sicilie,  quali ad esempio :

1) l’adozione nella pratica amministrativa, e negli elenchi nominativi militari, scolastici et similia, del criterio alfabetico basato sul cognome, in luogo di quello onomastico, sempre usato in precedenza ; si pensi che a tale criterio era informato persino il Catasto Onciario, la grande riforma fiscale voluta nella prima metà del Settecento dal Re Carlo di Borbone, Catasto nell’ambito del quale gli elenchi dei “cittadini contribuenti” di ciascuna Università o Comune sono ordinati in base ai rispettivi nomi di battesimo, non ai cognomi ;

2) l’introduzione di una compitazione quasi esclusivamente basata su nomi di città centrosettentrionali (“A” come Ancona, “B” come Bergamo, “C” come Como…), fino alla paradossale associazione della lettera “D” ad uno sconosciuto paese della Val d’Ossola, Domodossola, che da quel momento ha acquisito una sia pur nominale notorietà, rimanendone peraltro ignota ai più l’esatta ubicazione .

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2. Quanto detto è stato attuato, in particolare, veicolando l’erronea convinzione che le lingue preunitarie dovessero considerarsi semplicemente “dialetti”, intesi quali versioni regionali dell’unica lingua degna di questa nome, il toscano, ufficializzato come  “lingua italiana”. Ma, a ben vedere, si è fatto strumentalmente ricorso ad un’accezione del tutto secondaria del termine “dialetto”, che, derivato dal greco “diálektos”, ha il primigenio significato di “discussione” : basti pensare che la dialettica è appunto l’arte della discussione.

La differenza tra lingua e dialetto, in effetti, è di ordine sociale, non linguistico.

Il linguista norvegese Einar Haugen (1906 – 1994) ha provocatoriamente liquidato questa distinzione affermando testualmente che: “Una lingua è un dialetto con alle spalle un esercito e una flotta .“.

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3. Invero, il napolitano ed il siciliano sono lingue romanze derivate – al pari del toscano – direttamente dal latino. Secondo una classificazione linguistica piuttosto diffusa, tali lingue (toscana, napoletana e siciliana) apparterrebbero al ceppo cosiddetto dei “dialetti centro-meridionali”, geograficamente distinto dal ceppo dei “dialetti settentrionali” (suddistinti in gallo-italici e veneti) da uno spartiacque che si ottiene tracciando una linea ideale che parte da Massa e finisce a Senigallia, più o meno ricalcante la cosiddetta “linea gotica”.

A fronte di questa teoria, intesa a far rientrare queste lingue in una cornice comunque “italiana”, vi è quella, di più ampio respiro, sostenuta dallo svizzero Walther von Wartburg (Riedholz, Soletta, 1888 – Riehen, Basilea, 1971), e più tardi ripresa dal tedesco Heinrich Lausberg (Aquisgrana 1912 – Münster 1992). Questi insigni studiosi di linguistica dividono l’area in cui sono parlate le lingue romanze in due grandi settori : la Romània occidentale, nella quale rientrano le lingue parlate nella parte continentale dell’Italia geografica, e la Romània orientale, che comprende, tra le altre, le lingue parlate nella parte peninsulare di quest’ultima, nonchè il corso ed il siciliano .

L’uso della lingua napolitana, in particolare, caratterizza ancora oggi – pur nella varietà delle espressioni e delle inflessioni – una vasta area che s’identifica con quella parte continentale del Regno fondato da Ruggero II d’Altavilla nel 1130 e durato per oltre sette secoli, fino al 1861 . Certo, si registrano nelle lingue parlate nel Salento e nella Calabria meridionale (corrispondente alla nostra Provincia della Calabria Ulteriore Prima) notevoli affinità con il siciliano; ma, come ho appena finito di dire, siamo in presenza di sistemi linguistici strettamente apparentati tra loro dalla comune appartenenza alla Romània orientale .

Va ricordato, a tal proposito, che l’abate Ferdinando Galiani (Chieti, 1728Napoli, 1787), famoso economista e letterato, nella sua opera “Del dialetto napoletano”, data per la prima volta alle stampe nel 1779, rivendica il primato della poesia in “volgare” alla cosiddetta “scuola siciliana”, formatasi alla corte di Federico II. Questa tesi è oggi unanimemente condivisa dagli studiosi della materia, dovendosi precisare che la lingua usata dai poeti siciliani era in realtà il napolitano, detto anche “pugliese” per essere all’epoca la Puglia la più importante regione del Regno. Alcune canzoni citate da Dante nel “De vulgari eloquentia” contengono espressioni prettamente napolitane .

Galiani fonda il primato del napolitano sulla presenza nella nostra lingua del maggior numero di vocaboli di immediata derivazione latina.

Pensate, a voler fare qualche esempio, che noi napolitani usiamo  termini come “isso“, derivante dal latino “ipse“, voci verbali come “iamme“, discendente dal latino “eamus“, sostantivi come “pate”, “mate”, “frate”, “sora”, corrispondenti rispettivamente a “pater”, “mater”, “frater”, “soror”,  ed ancora “cummare” e “cumpare”, che, con la sola elisione della lettera “t”, riproducono le espressioni “cum matre” e “cum patre”, stando ad indicare coloro che condividono con la madre e con il padre la responsabilità dell’educazione del figlio .

D’altra parte, la stessa precedenza data nella nostra cultura al nome proprio rispetto al cognome affonda le sue radici nella latinità. I romani, infatti, individuavano la persona –  nell’ordine – con il “praenomen”, corrispondente al nostro nome di battesimo, con il “nomen”, che designava la “gens” di appartenenza, ed infine con il “cognomen”, equivalente al nostro soprannome .

La tesi del Galiani trova conforto nella considerazione che i primi documenti ufficiali  in “volgare” sono i cosiddetti “placiti cassinesi”, ossia pergamene contenenti dichiarazioni giurate scritte in napolitano, risalenti al periodo che va dal 960 al 963 ed aventi ad oggetto l’appartenenza di certe terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa e Teano .

La più antica tra queste dichiarazioni, redatta a Capua nel 960, recita « Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti. » Analoghe le formule contenute negli altri placiti .

L’assoluta veridicità di quanto sostenuto dal Galiani è stata recentemente confermata dalle traduzioni in lingua napolitana del Vangelo di S.Marco[2] e dell’Apocalisse di S.Giovanni[3], che il Prof. Don Antonio Luiso ha curato direttamente dalla Vulgata, ossia dalla traduzione in latino della Bibbia dall’antica versione greca ed ebraica, realizzata, su incarico di Papa Damaso, da Sofronio Eusebio Girolamo (S.Girolamo), che ne era il segretario personale.

Non possiamo in tale sede soffermarci sulla straordinaria corrispondenza espressiva tra il testo latino e quello napolitano. Mi piace solo ricordare che nella prima di tali opere, con riferimento alla parabola dei vignaioli perfidi, laddove la Vulgata recita “Vineam pastinavit homo”, Luiso traduce “Nu crestiano pastenaie na vigna”, evidenziando come il verbo napolitano “pastenà” (equivalente al toscano “piantare”) derivi da quello latino “pastino”, avente il medesimo significato .

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4. L’ostracismo decretato per fini unitari nei confronti della lingua napolitana ha prodotto un’inevitabile  “damnatio memoriae”, che ha travolto tutto ciò che questa lingua, sul piano poetico, prosastico, letterario in genere, aveva prodotto nel corso di molti secoli .

Se con i re aragonesi il napolitano acquista dignità di lingua ufficiale, sostituendo il latino negli atti e nei documenti, nei secoli successivi, pur rientrando il Regno nell’orbita dell’impero spagnolo, si assiste nondimeno ad una notevole produzione letteraria in lingua napolitana, nell’ambito della quale giganteggiano le figure di Giulio Cesare Cortese (Napoli, 1570-1640), autore tra l’altro de “La Vaiasseide”, e di Giambattista Basile (Giugliano, 1566-1632), che ne “Lo cunto de li cunti” ovvero “Lo trattienemento de li piccirilli” raccoglie per la prima volta le fiabe più celebri (da “Cenerentola” alla “Bella addormentata”), che ispireranno poi molti favolisti della moderna cultura europea . Merita di essere ricordato Andrea Perrucci (Palermo,1651 – Napoli 1704), autore della celebre “Cantata dei pastori” (1698), recitata nei teatri popolari nella notte di Natale fino all’ottocento ed in anni recenti rivisitata e rappresentata, in particolare da Concetta e Peppe Barra. Tra i poeti di lingua napolitana troviamo anche Alfonso Maria de’ Liguori (Marianella, 1696 – Nocera de’ Pagani, 1787), il Vescovo poi canonizzato, che scrive e musica il canto natalizio  “Quanno nascette ninno” .  

Anche l’opera buffa muove i primi passi, a cavallo tra i secoli XVII e XVIII, in lingua napolitana. Un esempio di questo genere è “Il trionfo dell’onore” di Alessandro Scarlatti (Trapani, 1660 – Napoli, 1725), scritta  inizialmente su libretto in napolitano, poi italianizzato.

Nell’800, proprio a partire dagli anni in cui il  nostro Regno perde l’indipendenza, vede saccheggiate le proprie risorse economiche e finanziarie, costretta all’emigrazione una gran parte della popolazione, si assiste alla nascita di una vera e propria poesia napolitana, pienamente autonoma rispetto ad altre correnti letterarie dell’epoca, il cui massimo esponente è Salvatore Di Giacomo (Napoli, 1860 -1934), autore di componimenti poi diventati canzoni, come “A Marechiaro”, “Era de maggio”, “’E spingule francese” e di numerosi drammi, il più famoso dei quali è senz’altro “Assunta Spina” .  Ma accanto a Di Giacomo troviamo numerosi altri poeti, quali Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Libero Bovio, Rocco Galdieri, Ernesto Murolo e Giovanni  Capurro, autore di “’O sole mio”,  musicata da Eduardo Di Capua e conosciuta in tutto il mondo .

Nell’introduzione alla sua “Antologia dei poeti napoletani” (1973) Alberto Consiglio (Napoli, 1902Roma, 1973) afferma testualmente : “…la nazione napoletana compie, dopo la sua morte politica, il suo più grande atto di vita : inventa una poesia, determina una letteratura.”

Già alcuni secoli prima, l’umanista Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457) aveva sostenuto l’autonomia della lingua rispetto al potere politico, affermando che lingua e cultura superano la durata delle organizzazioni politiche e statali, la cui nascita e la cui scomparsa sono originate da mutevoli rapporti di forza .

In effetti, questo è lo specchio della situazione determinatasi a seguito della cosiddetta “unità d’Italia” : a fronte di un’unificazione meramente politica, calata dall’alto, senza effettiva partecipazione delle popolazioni conquistate, l’identità della nazione napolitana si esprime attraverso la poesia e la canzone, che – grazie anche ai tanti nostri emigranti – avranno fama in tutto il mondo .

Nello stesso periodo inizia a svilupparsi il moderno teatro in lingua napolitana, grazie ad autori-attori del calibro di Antonio Petito, insuperato interprete di Pulcinella, ed Eduardo Scarpetta, che porta al successo la maschera di Felice Sosciammocca.  Seguiranno nel tempo i fratelli De Filippo, Raffaele Viviani, Antonio De Curtis, in arte Totò, e negli anni a noi più vicini Annibale Ruccello e Massimo Troisi, questi ultimi, purtroppo, entrambi prematuramente scomparsi .

Non possiamo non ricordare, parallelamente, anche il teatro in lingua siciliana .  Lo stesso Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936), vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1934, non si sottrae all’esigenza di esprimersi nella sua lingua madre e scrive nel 1916 una commedia per il grande attore Angelo Musco (Catania, 1871- Milano, 1937), suo conterraneo, “’A birritta cu ’i ciancianeddi”, cui seguirà nel 1918 la versione in italiano, intitolata “Il berretto a sonagli” .

5. La stessa canzone napolitana mantiene  tuttora una costante vitalità, che si manifesta sia col recupero delle più autentiche tradizioni popolari, curato negli ultimi decenni dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare sotto la guida sapiente del maestro Roberto De Simone, ma anche da cantautori come Eugenio Bennato e Teresa De Sio, sia con nuove forme di espressione canora che coniugano la lingua napolitana con ritmi musicali d’importazione : basti pensare a Renato Carosone, a Pino Daniele, a Gaetano Senese, meglio conosciuto come James Senese, a gruppi musicali come gli Almamegretta,  i Co’ sang, i Fuossera, fino ad arrivare a Rocco Pagliarulo, meglio noto come Rocco Hunt, vincitore nel 2014 del Festival di Sanremo nella sezione “Nuove proposte” con il brano Nu juorno buono , che segna la prima vittoria di un testo rap in tale categoria.

6. La complessità dell’argomento richiederebbe tempi ben più lunghi. Concludo, pertanto, osservando che la difesa dell’identità della nazione napolitana non può prescindere dalla difesa della propria lingua : il napolitano, così come il siciliano, è e deve considerarsi a tutti gli effetti una lingua che,  pur nella diversità delle sue sfumature ed inflessioni, è tutt’oggi parlata da circa undici milioni di persone, in un’area che comprende l’Abruzzo, il Molise, l’Alta Terra di Lavoro, la Campania, la Lucania, la Puglia e la Calabria; una lingua ampiamente documentata sia da testi grammaticali che da vocabolari, quali ad esempio quelli curati da Antonio Altamura e da Francesco D’Ascoli .  

Per questo l’Unesco riconosce al napolitano la dignità di “lingua madre”, seconda solo all’italiano, quanto a diffusione, tra quelle parlate nella penisola .[4]

Ma qual è l’atteggiamento della Repubblica Italiana nei confronti della lingua tramandataci dai nostri padri, della lingua che i nostri figli, nonostante tutto, continuano a parlare ?

Nessuna tutela è assicurata alla lingua napolitana, al pari di quanto avviene per le lingue siciliana, veneta, ligure, emiliana, e via dicendo . Atteggiamento, questo, che risente tuttora del retaggio di quell’oppressivo centralismo di stampo sabaudo, che ha negato in modo assoluto le specifiche identità delle tante nazionalità via via inglobate nello stato “unitario„ per motivi politici, e che neppure i costituenti del 1948 hanno sostanzialmente voluto o potuto lasciarsi alle spalle .                             La Repubblica Italiana, invero, si è trovata stretta tra due esigenze : da un lato, il bisogno di affermare la propria sovranità su quelle regioni che la Costituzione definisce “a Statuto speciale„ , pagando a tal fine un prezzo in termini di concessioni, anche sul piano linguistico ; dall’altro, la necessità di evitare spinte autonomiste da parte di altre nazionalità presenti al suo interno, alle quali pertanto ha negato e nega tuttora qualsiasi riconoscimento identitario .

Ne è derivato un atteggiamento discriminatorio nei confronti delle lingue ancor oggi parlate in molti stati preunitari, evidenziato in particolare dal fatto che proprio la Sicilia è l’unica Regione a Statuto Speciale che non vede riconosciuta la propria lingua .

Perchè la Repubblica Italiana persiste in questa politica ? Perchè ha paura . Perchè, come la storia unitaria di questi ultimi centocinquant’anni dimostra, essa, al pari del Regno sabaudo che l’ha preceduta, è espressione di una “cultura debole„ , cui fa difetto una sostanziale condivisione da parte della generalità dei cittadini, e che, per potersi imporre ad altre culture tuttora vive e radicate nei rispettivi territori, non può farlo se non ricorrendo – per citare il nostro amato Re Francesco II – “…alla violenza e all’usurpazione„[5], sia pure oggi ammantate da formale legalità .

E proprio dalla persistenza di tale politica può trarsi la conferma che la lingua napolitana è viva e vitale, al pari della Nazione di cui costituisce espressione .


[1] Paradigmatico il caso del termine “sciuscià”, derivante dall’espressione “shoe shine”  . Nicola De Blasi ricorda che in tal modo le truppe d’occupazione americane chiamavano i giovani  lustrascarpe  napolitani  negli anni intorno al 1945 (“Storia linguistica di Napoli”, Carocci Editore, pagg.134-135).

[2]‘O Vangelo cuntato ‘a Santu Marco vutato a llengua nosta  – con a fronte Evangelium secundum Marcum “, Controcorrente Edizioni, 2013 .

[3] “’O libbro ‘e ll’Apocalisse ‘e san Giuvanne apuostolo, vutato a llengua nosta ” – con a fronte Apocalypsis Beati Ioannis  Apostoli”, Cuzzolin, 2015 .

[4] Va ricordato che l’UNESCO ha istituito la “Giornata internazionale della lingua madre”, che cade il 21 febbraio di ogni anno . Tale data è stata scelta in ricordo dell’uccisione avvenuta il 21/5/1952 , ad opera di poliziotti pakistani, di diversi studenti bengalesi che chiedevano il riconoscimento del loro idioma come lingua ufficiale .

[5] Dalla Protesta per l’invasione del Regno indirizzata alle Potenze Europee , Napoli, 6 settembre 1860 .

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