Gli insorgenti di Meridbulloni

Gli insorgenti di Meridbulloni

Siamo giunti al presidio di Meridbulloni, Castellammare di Stabia. Una insolita giornata di pioggia e vento, fredda come il gelo che ci è entrato nelle ossa non appena varcata la soglia delle tende montate in fretta e furia dai lavoratori. Lì, all’esterno, in quel piccolo angolo di mondo sul quale scorre il Sarno imputridito, ci hanno accolti uomini, padri, mariti, figli e poi operai. Quegli operai che sfiorano i quaranta anni, quegli operai che superano la soglia dei cinquanta di poco e che hanno trascorso notti intere in fabbrica, in turni massacranti, ed ora si trovano al gelo, con un fuoco di fortuna acceso nella burrascosa notte campana appena passata e una speranza remota: quella di non andare via dalla propria terra.

“La Meridbulloni è forse l’ultimo dei presidi di legalità rimasti a Castellammare, io non capisco” – mi dice con uno sguardo perso e il viso stanco uno di quei padri di famiglia. “Come dico a mia figlia che deve lasciare la sua casa per andare in Val di Susa?” – continua. E ad ogni parola si spezza qualcosa dentro. Ogni sfogo raccolto da ognuno di loro scava profondamente nelle viscere di chi ha sangue del Sud, perché sente montare dentro l’ingiustizia tipica della barbarie, quella sociale, quella economica, quella che ha a che fare più con la dignità che con il denaro di uno stipendio.

In Val di Susa. Partire da Castellammare per salire su al Nord, in un paesino di poche anime a 30km da Torino, pur di lavorare. Chiunque ascolti questa storia, si domandi per quale motivo bisogna delocalizzare una realtà che funziona, che anzi è eccellente, e che produce decine di posti di lavoro e sostentamento per le loro famiglie. Si domandi dove sono i ministri, i politici, i politicanti, gli uomini di Stato. Gli uomini che potrete incontrare al presidio (ormai ad oltranza) di Meridbulloni, invece, li potete riconoscere dallo sguardo fermo, dagli occhi color piperno e dal fuoco che divampa dal loro spirito. Sono briganti. Non temono, non si piegano, non arretrano. Stanno combattendo la loro battaglia per sé stessi e le loro famiglie ma soprattutto per un ideale: il Sud. Un ideale che oggi cresce più forte che mai nei cuori di chi sa sognare e sa combattere.

“È stata fornita una ragione specifica per questa delocalizzazione?” – chiedo. “La ragione è che vogliono far morire il Sud, ormai è chiaro. Guarda anche Whirpool.” E non si può che chinare il capo ed acconsentire. Un sistematico smantellamento delle poche industrie ed aziende che ancora permangono sul nostro territorio, una continua lotta per la sopravvivenza di un tessuto economico-sociale che sembra sfuggirci dalle mani. Mani che lavorano ed anche molto bene, come mi ricordano: “siamo andati ad insegnare il lavoro lì al nord, siamo partiti da qui per insegnargli il mestiere. Dovevano spostare la fabbrica qui al Sud, non il contrario. Non ci stiamo. Non è giusto.”

“No, non è giusto” – ripeto nella mente, mentre mi dicono che passeranno anche la notte di Capodanno al freddo, come la Vigilia di Natale. Non esiste festività nel cuore di chi si sente in lotta. Esiste la dignità, e loro ne hanno da vendere.

195 Visualizzazioni
Ylenia Petrillo

Ylenia Petrillo

Laureata in lingue, insegno lingua inglese ai ragazzi di scuola elementare e media. Sono appassionata di storia locale, con particolare attenzione agli aspetti peculiari della terra in cui vivo, convinta del fatto che il rispetto per tutte le culture, passa sempre attraverso il rispetto e la conoscenza della propria.