I PALAZZI DI NAPOLI / Palazzo Spinelli e la leggenda di Bianca

I PALAZZI DI NAPOLI / Palazzo Spinelli e la leggenda di Bianca

Sulla strada antica dei Decumani mentre calpesto sacro suolo parthenopeo in una mattinata di cielo parzialmente aperto, mi incammino verso via Tribunali. Sono insolitamente tutti aperti, il periodo ci fa sembrare straordinaria una cosa che fino a poco fa era semplicemente abituale.

Tutto ciò che mi circonda ricorda i millenni che ha Neapolis, la grande Neapolis greca. Dipingo sul mio volto un’espressione mista di orgoglio e vanto. Nascere in questo angolo di mondo è stata una fortuna immensa voluta dal caso. Sulla mia destra vedo un portone aperto. Uno di quei portoni perennemente serrati dalla proprietà privata: Palazzo Spinelli. Palazzo storico, tra i più belli di Napoli. Mi intrufolo e corro verso la scala, già sapendo che, di lì a poco, il portiere se ne sarebbe accorto e mi avrebbe fatto una bella cazziata. Mentre salgo i primi scalini dell’interno palazzo, lo vedo tornare al suo posto e già sento la sua voce dalla guardiola: “Signorina, signorina! Non si può, lo sapete. “Faccio finta di non aver sentito, come sempre, mentre sorrido pensando al momento in cui mi rincorrerà per tutte le scale con quel suo andare buffo che lo rende così tenero. Un uomo bassino, di una certa età, con cappello e cappotto blu da portiere, gli occhi buoni degli anziani di Napoli che parlano ancora alla vecchia maniera che pure quando ti devono sgridare, pare che ti fanno una lezione di vita.

Ripercorro le scale proibite pensando allo sguardo di Bianca, punito col più atroce dei supplizi. Una ragazza giovanissima, vittima della crudeltà e della gelosia di una moglie tiranna. Bianca. La serva. La serva che fece innamorare il Duca Spinelli. Imbavagliata e murata ancora viva in una delle numerose stanze del palazzo con la complicità di un servo sordomuto che, tuttavia, riuscì, un attimo prima di morire, a liberarsi e a lanciare la sua maledizione: “Famme pure mura’ viva, ma in allegrezza o in grannezza tu me vidarraje, e quando me vidarraje, saprai che ‘na malasorte te aspetta. Quando me vidarraje tu e chiunque altro.

“Si vveco a Bianca me sbianco seriamente – dico tra me e me – mentre una voce conosciuta, accompagnata da un tintinnio di chiavi, mi riporta alla realtà.

– Avete fatto le foto, eh?” Qualcuna, jammo. Che fa.

“- Mannaccia ‘a capa vosta, nun ‘e putite fà. C’è pure scritto, lo sapete. “E ma io nun saccio leggere…”

– A sapite longa ‘a canzone, eh? Jammo, ch’aggia chiudere ‘o purtone. Vaco a mangià.

“E che vi mangiate oggi?”- Minestrone. Ccà so stati giorni di magnatorio continuo, nennè. Ci dobbiamo mantenere.

“Avete ragione. Buon appetito allora, statemi bene”

– E pure vuje.

Palazzo Spinelli, XV secolo, Decumano Maggiore n° 362, Neapolis.

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Ylenia Petrillo

Ylenia Petrillo

Laureata in lingue, insegno lingua inglese ai ragazzi di scuola elementare e media. Sono appassionata di storia locale, con particolare attenzione agli aspetti peculiari della terra in cui vivo, convinta del fatto che il rispetto per tutte le culture, passa sempre attraverso il rispetto e la conoscenza della propria.