SIETE DI SINISTRA O DI DESTRA? / Siamo di Napoli Centro

SIETE DI SINISTRA O DI DESTRA? / Siamo di Napoli Centro

di Domenico Casolaro

Ma voi siete di destra o di sinistra? È questa la domanda più frequente che viene posta a qualsiasi gruppo culturale/politico che scende in campo. Il modello destra-sinistra va chiaramente ad identificare in sintesi, modelli politici e partitici ben definiti e acquisiti nelle consuetudini quotidiane della collettività. Proviamo ad analizzare le motivazioni che spingono a non “etichettarsi” quindi a non definirsi di destra e a non definirsi di sinistra.

Nel divario sempre maggiore tra ricchi e poveri dobbiamo puntare, ben oltre semplici le direzioni “sinistra-destra”, energicamente il dito contro quella che é diventata una dittatura che sta durando da almeno 40 anni. Si chiama Neoliberismo. Un’ideologia politica e una teoria economica sviluppata negli anni Ottanta, che sta dirigendo lo sviluppo del capitalismo, o meglio del turbocapitalismo-tech, se volessimo attualizzare il termine. L’idea su cui si fonda questo concetto economico all’interno della società umana é la competizione, intesa nella misura di massimizzare il profitto economico anche a danno degli altri. Un’ideologia subdola e invasiva e che riesce a condizionare non solo l’andamento dei mercati, ma si insinua anche nelle nostre vite private, influenzando anche il nostro modo di pensare. Sostiene l’idea che “il mercato” apporti dei benefici che non potrebbero mai essere raggiunti con la pianificazione statale. Ma proviamo a tracciare il corso e lo sviluppo di questa teoria che come vedremo, con il tempo, è divenuta dominante. Facciamo un piccolo passo indietro , negli anni settanta esattamente, quando i gruppi dirigenti dei paesi più importanti, avevano introdotto una serie di interrogativi sulla direzione presa dal mondo capitalista. Le economie, sia Americana che Britannica furono colpite dalla stagflazione (alti tassi di inflazione accompagnati da una ridotta crescita economica), da alti tassi di disoccupazione, da enormi deficit pubblici, da due grandissime crisi petrolifere (quando i paesi produttori tentarono di influenzare la politica dei paesi consumatori), da tensioni razziali e per gli Stati Uniti, dalla sconfitta in Vietnam. Altrettanto preoccupante fu il fatto che, intorno alla metà degli anni ottanta, il Giappone divenne il primo paese creditore al mondo, superando gli Stati Uniti che con il loro deficit fiscale e l’incapacità di coprire i costi delle importazioni, si trasformarono nel primo paese debitore del mondo. Queste circostanze favorirono, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, l’ascesa dei partiti e leder politi conservatori come Regan e Thatcher, che tutti conoscono. Per riportare gli Stati Uniti al comando e anche per rianimare il commercio internazionale, i nuovi governi si impegnarono a riesumare la teoria capitalistica fondamentalista del XIX secolo. Tale teoria, comportava una riduzione al minimo dell’intervento statale nella sfera economica prevedendo la privatizzazione degli investimenti nei servizi pubblici e nel campo delle risorse naturali. Questo programma, che tra gli anglo americani divenne in breve tempo una dottrina economica dominante, avrebbe dovuto produrre una estensione dell’incremento del reddito medio in tutto il mondo ed in questa prospettiva vantaggiosa per tutti, parallelamente all’estensione del “villaggio globale” e alla crescita dell’integrazione dei mercati e alla diffusione della prosperità, si sarebbe dovuto attenuare l’importanza degli Stati-Nazione. La nuova dottrina traeva origine dalle idee di economisti del settecento e dell’ottocento, Adam Smith ad esempio, idee che a loro volta furono associate al movimento politico Inglese noto come “liberismo”, poi la nuova ortodossia economica fu spesso denominata “neoliberismo”. Nei circoli politici fu ribattezzata “Washington Consensus”, tra gli accademici assunse il nome di “economia neoclassica”, mentre nel discorso pubblico veniva detta globalizzazione o globalismo. Uno dei più importanti studiosi ed esperti della globalizzazione, Manfred Steger, sostiene che si è trattato di una “gigantesca operazione di rinnovamento puramente esteriore di due secoli di liberismo classico, cui poi è stata applicata l’etichetta “New Economy”. Gli obiettivi e le dinamiche politiche della globalizzazione rimangono concettualmente vincolati alla narrazione ottocentesca della “modernizzazione” e della “civilizzazione” che descrive i paesi occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna in particolar modo, come l’avanguardia privilegiata di un processo evolutivo che si applica a tutte le Nazioni”.

Nella sua sistematicità imperfetta, il globalismo si è rilevato simile al marxismo, le cui radici affondano nello stesso terreno culturale e infatti continua Steger: pur divergendo dai marxsisti quanto al traguardo dello sviluppo storico, i globalisti condividono con i loro avversari ideologici la tendenza a descrivere come “irreversibile” “inevitabile” il cammino del processo di globalizzazione”. Il marxismo capovolto della globalizzazione promossa dagli USA è stato inquadrato bene anche dall’esperto diplomatico Oswaldo de Riviero, delegato Peruviano per il commercio internazionale che scriveva: “la guerra ideologica tra capitalismo e comunismo combattuta nella seconda metà del XX secolo non era un conflitto tra ideologie totalmente differenti. Era piuttosto una guerra civile tra due forme estreme di una medesima ideologia occidentale”. Viene in mente la devozione che viene utilizzata da economisti e politici che si attengono in un fervore addirittura religioso per mantenere dominate questa ideologia. Tale devozione ha attirato anche l’attenzione di un teologo Harvey Cox, che scrisse un articolo intitolato The Market as god (Il mercato come Dio).Torniamo ad oggi, e andiamo in quei luoghi dove i dirigenti economici non hanno potuto fare altro che conformarsi alle linee guida della globalizzazione ovvero libero commercio, privatizzazione delle società pubbliche, pochi controlli sui movimenti di capitale ma non solo, come vedremo. Di fatto l’ideologia predominante ha creato una sorta di “partito unico” in tutti i paesi occidentali e le opzioni che vengono intraprese, seppur apparentemente discordanti nella dialettica politica riconducibile alla dicotomia destra-sinitra, hanno in realtà sempre mirato in un unica direzione, tendenziose e costrette a favorire il neoliberismo. Il danno apportato non è quantificabile solo dal punto di vista economico ma va analizzato anche da una altra prospettiva che mette in gioco l’animo umano. Tale ideologia ha annullato o meglio annichilito i metodi e le strutture di rapporto di una vera opposizione, nonostante il fumo negli occhi che sono riusciti a soffiarci. Per parlare in altri termini sia il “sistema” che l’antisitema” piuttosto che dirigerci verso vere alternative, hanno pensato bene di indirizzarci verso problematiche del tutto secondarie, incanalando le nostre convinzioni emotive verso problematiche marginali, autoconsegnandoci all’irrilevanza e spesso anche con euforico consenso (Vaffanculo day, grillini, travaglini, sardine, savianini etc). Abbiamo assistito in altre parole al trionfo internazionale del Sistema neoliberista, propagandato da una cultura massmediatica a sua volta dominante e che risponde solo a se stessa. Scendendo ancora di più nel dettaglio e prendendo in considerazione l’Italia, abbiamo assistito all’ascesa di personaggi come Renzi, Salvini, Grillo, Monti oggi Conte e tanti altri che inevitabilmente ci hanno innestato la sensazione di sapere più di noi, di poter fare più di noi, di idolatrarli come se avessero la verità assoluta e mentre più importanza gli abbiamo dato, meno ne abbiamo attribuita a noi stessi. Purtroppo, inconsciamente agisce un nesso tra la nostra autostima e l’immagine di grandezza che alcuni personaggi riescono a infonderci, fra il nostro limitato potere e quello invece di chi è famoso. Tutto questo finisce per annullarci. Tantissimi di noi infatti pensano: ma da solo cosa posso mai fare? chi sono io per cambiare qualcosa? e cosi facendo in un sol colpo ci siamo autoconsegnati ad un modo di pensare e di agire affidato ai personaggi famosi in ambito politico, che chiaramente come abbiamo visto in questi anni, ci hanno fornito un modo di pensare e di agire precostruito e preconfezionato su misura e per conto di altri. I vari Personaggi che dovevano rappresentare l'”antisistema”, inoltre, che nel tempo hanno denunciato cose spesso sacrosante, hanno la maggior parte delle volte incanalato il malcontento non canalizzandolo verso una vera e costruttiva resistenza, facendo sfociare l’acclamazione accolta, in una specie di bolla di sapone con la conquista di vittorie assolutamente secondarie e non meritevoli di nota all’interno della dittatura dominante, portando anche ad uno oscuramento di una visione più obiettiva e vera della realtà. La sete di giustizia spesso fa fiondare le persone verso quel movimento oppure quel partito che abbia un mood che a voi sembri “giusto” ed è altrettanto facile poi imbarcarsi nella prima proposta che suoni giusta. In realtà essi attraverso il vostro annullamento offrono un finto antisistema che è funzionale al sistema stesso illudendo le persone in un dibattitto illusorio contrapposto, che in realtà non risulta credibile. E’ fondamentale capire che la dottrina neoliberista è riuscita a persuadere i paesi occidentali del fatto che i paesi cosiddetti “sottosviluppati” sono essi stessi causa della loro povertà. Questa storia assomiglia all’Italia nella questione nord e sud. L’idea che il libero mercato conduca alla prosperità di qualcuno, a parte le multinazionali fautrici del libero mercato e dotate dell’influenza e delle risorse necessarie a manipolarlo, non è in alcun modo supportato dall’evidenza storica. Personalmente quando mi hanno chiesto se fossi di destra o sinistra ho sempre risposto “No, sono di Napoli Centro con tutto ciò che la storia implica”.

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Redazione

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